sabato 28 giugno 2014

LA DEMOCRAZIA, UN CONCETTO AMBIGUO. Di Giorgio Agamben


Il filosofo GIORGIO AGAMBEN era ad Atene, invitato dai giovani di SYRIZA e dall’istituto Nikos Pulantzas. Il suo intervento, nell’aula gremita di Technopoli, dal titolo “Una teoria sul potere della spoliazione e del sovvertimento”, è stato dedicato al quarantennale della rivolta del Politecnico. Domenica 17 novembre (2013) hanno conversato con lui Anastasia Giamali, per “Gemme dell’Alba”, e Dimosthenis Papadatos-Anagnostopulos per “RedNotebook”. 

Hanno collaborato Xenia Chiaramonte e Stratis Burnazos. La traduzione è di Giorgio Fogliani con la consulenza di Dimitris Kosmidis. Si ringrazia il sito DOPPIOZERO da cui è tratta l’intervista di cui pubblichiamo qui i passi pincipali. 

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DOMANDA. La società nella quale viviamo non è semplicemente non democratica, ma, in ultima analisi, non politica, dal momento che lo status di cittadino non è più una categoria del diritto. È dunque conseguibile il cambiamento politico nella direzione di una società politica?
Quel che volevo evidenziare è l’aspetto del tutto nuovo della situazione.  Credo che, per capire ciò che ci siamo abituati a chiamare “situazione politica”, dobbiamo tenere a mente il fatto che la società nella quale viviamo forse non è più una società politica. Un fatto simile ci obbliga a cambiare completamente la nostra semantica. Ho provato allora a mostrare come, nell’Atene del quinto secolo a.C., la democrazia inizi con una politicizzazione dello status di cittadino. L’essere cittadino ad Atene è un modo attivo di vita.

Oggi, in molti paesi d’Europa, come anche negli USA, dove la gente non va a votare, l’essere cittadino è qualcosa di indifferente. Forse in Grecia questo vale in misura minore; per quanto ne so, qui esiste ancora qualcosa che somiglia a una vita politica. Il potere oggi tende a una depoliticizzazione dello status di cittadino. La cosa interessante in una situazione talmente depoliticizzata è la possibilità di un nuovo approccio alla politica. Non si può stare attaccati alle vecchie categorie del pensiero politico. Bisogna rischiare, proporre categorie nuove. Così, se alla fine si verificherà un cambiamento politico, forse sarà più radicale di prima.
DOMANDA. Seguendo Foucault, lei ha detto che la “logica” del potere contemporaneo non consiste nel fronteggiare le crisi, ma nel gestirne le conseguenze. Nel suo libro La comunità che viene, lei sostiene che le cose non cambiano, e che, se qualcosa cambia, sono i suoi termini.  Un tentativo di “cambiamento dei termini” può mai ispirare anche una mobilitazione, se nel frattempo non aspira a cambiare le cose?
Ritengo questo punto, che i nuovi governi o almeno i governi contemporanei non vogliano governare affrontando le cause ma solo le conseguenze, estremamente significativo. 
Perché questo è totalmente diverso dalla concezione tradizionale che abbiamo del potere – in linea con la concezione di Foucault di stato sovrano. Se la logica del potere è controllare solo conseguenze e non le cause, c’è una bella differenza. Quello che volevo intendere con l’idea di "cambiamento dei termini" è che abbiamo un potere che semplicemente gestisce conseguenze.

DOMANDA. In un suo articolo pubblicato il mese scorso su Libération (ottobre 2013) lei ricordava un saggio di Alexandre Kojève del 1947, dal titolo “L’impero latino”, dove il filosofo francese propone la costituzione di un “impero” di Francia, Italia e Spagna, paesi dal comune substrato culturale che, in collaborazione con i paesi del Mediterraneo, avrebbero potuto contrastare una Germania in predicato di tornare grande. Lei ritiene che un simile progetto sia un possibile contrappeso all’egemonia di Angela Merkel. Eppure, sembra che i leader di quei paesi siano più interessati alla realizzazione del “dogma Merkel” nella propria politica interna che alle ripercussioni di quel dogma in un’Europa sempre più frammentata.
Ho scritto quell’articolo perché volevo ricordare che l’Europa che abbiamo oggi è, quantomeno da un punto di vista istituzionale, non legittimata. Come sapete, la Costituzione Europea non è una Costituzione, ma un accordo tra stati – cioè il contrario di un Costituzione, poiché le Costituzioni le fanno i popoli. Perciò ho fatto ricorso a questa idea di Kojève: è possibile un altro modello per l’Europa? Quel modello è interessante perché si basa non su una unità astratta, ma su una unità molto concreta, basata sulla tradizione, lo stile di vita, la religione. In qualche modo, costituisce forse una possibilità concreta. Naturalmente, la Grecia dovrebbe far parte di questo gruppo. 
Sono rimasto sorpreso dalle reazioni che l’articolo ha suscitato. Quando l’ho scritto, era più che altro una provocazione per cominciare una critica all’Europa. Ma in Germania ha avuto inizio un enorme dibattito. Erano molto infastiditi. E ancora mi scrivono, chiedendomi di spiegare cosa intendessi. Il che significa che anche un tedesco vede che c’è un errore nell’Europa oggi, anche nella sua ottica di tedesco. Questo dimostra che il modello di Europa che abbiamo oggi non è accettato. Lo testimonia il fatto che il popolo francese e quello olandese hanno detto no alla costituzione europea – e immagino che anche in Grecia verrà bocciata.
DOMANDA. La sua opera è particolarmente popolare, sebbene irradi un certo pessimismo. Žižek, per esempio, scrive a proposito di Homo sacer  che lei, con il suo sostenere che la sfera della “nuda vita” tende a essere la sfera della politica, intende sottovalutare la democrazia, lo stato di diritto ecc.. Li ritiene cioè come se fossero “artifizi” del potere contemporaneo. È fondata questa critica?
Non sono pessimista, esattamente il contrario. L’ottimismo e il pessimismo, d’altronde, non costituiscono categorie filosofiche. Non puoi giudicare un pensiero o una teoria sulla base del suo ottimismo o pessimismo. A volte il mio amico Guy Debord citava un brano di Marx che dice: “La situazione catastrofica delle società in cui vivo mi riempie di ottimismo”. Ciò che tento di fare nel mio libro su Auschwitz, il campo di concentramento, la contemporaneità, non è un giudizio storico. Tento di delineare un paradigma, al fine di capire le politica ai giorni nostri. Non intendo dire dunque che viviamo in un campo di sterminio – molti dicono “Agamben dice che viviamo in un campo di concentramento”. No. Ma se prendi il campo di concentramento come paradigma per capire il potere oggi, questo può essere utile.
DOMANDA. Negli anni della crisi viene quasi naturale rievocare il primo dopoguerra, la repubblica di Weimar. Per tutta la sua vita lei ha dialogato, o come scrittore o come traduttore, con un’importante personalità di questo periodo, Walter Benjamin. Che cos’ha da dirci Benjamin oggi?
L’edizione dell’opera di Benjamin in Italia ha significato un rinnovamento del pensiero di sinistra. Ciò che trovo interessante in Benjamin è il modo in cui prende la semantica teologica – come per esempio il concetto di tempo messianico e l’escatologia della concezione – e la estrae dal contesto teologico, facendola funzionare con la sfera politica. Da un punto di vista metodologico, questo è molto importante. Per produrre una nuova semantica politica, dobbiamo imparare da Benjamin. Nel mio libro Il regno e la gloria   ho mostrato come la teologia cristiana ha rielaborato questo paradigma. È stato incredibile per me scoprire – lavorando e tornando alla ricerca – che per capire che cos’è il governo è più importante studiare trattati medievali sugli angeli che saggi di dottrina politica. È stato davvero illuminante. Lo stesso accade per Benjamin. Ha una buona idea sul tempo messianico – ogni attimo della storia, nel presente, è l’attimo decisivo, l’Ora del Giudizio: affrontiamo la storia come se ogni attimo fosse quello decisivo (...).
Direi che la democrazia non è tanto un concetto generico, quanto ambiguo. Noi affrontiamo questo concetto come se fosse la stessa cosa nell’Atene del quinto secolo e nelle democrazie contemporanee. Come se fosse dappertutto e sempre chiarissimo di che cosa si tratta. La democrazia è un’idea incerta, perché significa in primo luogo la costituzione di un corpo politico, ma significa anche e semplicemente la tecnologia dell’amministrazione – ciò che abbiamo oggi. Oggi la democrazia è una tecnica del potere, una tra le altre.
Non intendo dire che la democrazia è cattiva. Facciamo allora questa distinzione, tra democrazia reale come costituzione del corpo politico e democrazia come mera tecnica di amministrazione che si regge sui sondaggi, sulle elezioni, sulla manipolazione dell’opinione pubblica, sulla gestione dei mezzi di comunicazione di massa ecc. La seconda versione, quella che i governanti chiamano democrazia, non somiglia in niente a quello che esisteva nel quinto secolo. Non puoi usare la democrazia come nuovo Paradigma, se non dici cos’è oggi la democrazia. Se vuoi propugnare la democrazia, devi pensare qualcosa che non abbia nessun rapporto con ciò che oggi si chiama democrazia. 
DOMANDA. L’antichità classica, greca e romana, è costantemente presente nella sua opera. Questa scelta è fortemente simbolica, in un momento in cui l’università pubblica viene smontata, le scienze umanistiche sono svalutate e la cultura classica tende a essere affrontata come un pezzo da museo, un anacronismo...
Mi fa piacere che mi facciate questa domanda. Non si tratta semplicemente di una priorità culturale. È una priorità politica. La relazione con il passato oggi non è un problema culturale, ma politico. Non si può capire che cosa succede oggi se non si capisce che un'altra cosa che è cambiata completamente oggi è la relazione vivida col passato. Quello che fa oggi il potere – lo vedo succedere in Italia come in Grecia – è disarticolare il sistema di “trasmissione” del passato. 
Sono persuaso che l’archeologia, nel senso foucaultiano, è l’unico modo per avere un aggancio al presente. Possiamo avere un aggancio al presente solo se andiamo indietro. È questa un’immagine che Foucault usa molto, dicendo che la sua ricerca storica è un’ombra che getta sul passato l’interrogarsi sul presente. Non puoi interrogare radicalmente il presente se non vai indietro. È la sola strada. Ed è questo che oggi vogliono evitare. Presentano il presente come un problema meramente economico, e tu devi dire solo sì o no. Questo ostacola seriamente la possibilità di fare politica (...)
DOMANDA. Carl Schmitt, l’importante teorico che, come è noto, abbracciò il nazismo, costituisce per lei un riferimento costante, specialmente nel libro Stato d’eccezione, dove lei tenta di dimostrare che la regola del potere non è la legge ma l’eccezione, l’anomia. Al tempo stesso, il suo lavoro è profondamente influenzato da Foucault, il cui argomento basilare è che il potere ha un contenuto positivo – forma, costruisce. Quali sono, alla fine, i termini dell’uso di Schmitt in un ambito di pensiero progressista?
Mi date l’occasione di chiarire questo punto, perché spesso ricevo critiche per quest’uso di Schmitt. Egli sostiene che è sovrano colui che decide circa la stato d’eccezione, quindi il potere poggia sull’eccezione; la mia idea è che mentre Schmitt si ferma qui, e dice che il campo della legge è lo stato di eccezione, allo stesso tempo dice che la legge è in vigore. La concezione della legge in Schmitt è che la legge comprende l’eccezione alla legge stessa, ma allo stesso tempo la legge è ancora lì – di conseguenza non possiamo parlare di a-nomia. Io, al contrario, provo a dimostrare che questo è un errore: che ciò che si verifica in questo caso è semplicemente una zona di anomia. 
Qual è dunque la differenza tra me e Schmitt? Che io provo a dimostrare che la legge non c’è più. E qui arriva ciò che ho sostenuto nel mio discorso ad Atene di sabato, che cioè l’importante è dimostrare che l’anomia è stata soggiogata dal potere. Il sistema di Schmitt funziona solo se accettiamo che la sospensione della legge è ancora legge, che quella zona di anomia è lecita. Nel mio discorso ho provato a dimostrare che un potere de-istituente (destituent power) deve rendere chiaro che il sistema legale all’interno del quale viviamo non si fonda su una sospensione legale della legge, ma semplicemente sull’anomia. In un caso simile, il sistema di Schmitt crolla.
DOMANDA. Crede che Benjamin sia una specie di schmittiano di sinistra?
No, questo è un errore. Benjamin sostiene che davanti allo stato di eccezione bisogna produrre un vero e proprio stato di eccezione. Lo stato di eccezione di Schmitt è fittizio nel momento in cui insinua che la legge c’è ancora. Un “vero” stato di eccezione, con Benjamin, è il seguente: dite che qui non c’è legge? Beh, allora, noi lo prendiamo sul serio: di fatto, non c’è. L’anarchia, dunque, che si trovava all’interno del potere, ora si confronta col potere nello stato di eccezione come inteso da Schmitt. Non ho in mente uno scontro violento con il potere. Al contrario, mi interessa quanto strategica possa risultare questa anomia. Sarebbe la strada che dimostrerebbe che al centro della legge si trova l’anomia. Quando dico che bisogna concepire un potere de-istituente, penso che la violenza costituisca un potere costituente, cioè il contrario. 

martedì 6 maggio 2014

RIDERE, DERIDERE, IRRIDERE di Giancarlo Ricci

Qualche considerazione, ancora, sul gesto di Benedetto XVI e su un certo atteggiamento dei media, sulla responsabilità, sulla potestas. Farsi zolla, diceva Blake.


Al di sopra di tutti gli uomini, ma sempre uomo e sempre con lo sforzo di tenere salda l’insegna della propria funzione: di fronte a ciò che ascoltava e pensava, di fronte alla scena di ciò che gli stava dinanzi (non è questo l’etimo di “osceno”?), Benedetto XVI con questo atto si è fatto scarto del mondo, si è fatto resto che lascia il mondo pur rimanendo nel mondo. Mai come oggi avvertiamo che tra il mondo e l’immondo il passo è breve.
E ancora: si è fatto zolla che si lascia calpestare dalla mandria dei bisonti, come Roberto Mussapi ha scritto, evocando le potenti immagini di William Blake. Farsi zolla, scarto, scoria, farsi piccola cosa, umile e impotente; gesto non lontano dal sicut palea di san Tommaso. Insistiamo nel sottolineare che si tratta di un atto, ossia qualcosa che taglia e chiude una serie, la porta a termine, la conclude. Attua una partizione. Forzando i concetti si potrebbe qui azzardare un’adiacenza tra atto e giudizio.  
Ebbene nell’immagine di Blake compaiono e permangono i bisonti: animali che corrono, numerosi, in mandria, e travolgono qualsiasi cosa, la triturano e fanno tremare la terra. Chi sono i bisonti oggi? I bisonti non soltanto entrano nei negozi di porcellane, ormai attraversano tutto, vanno in lungo e in largo, dilagano. Del loro ottuso scempio fanno spettacolo, creano notizia, partecipano festosamente a quella che viene chiamata società dello spettacolo ma che meglio potrebbe definirsi società del voyeurismo. Una volta dentro, dal voyeurismo non si esce più. La società attuale è strutturata come il panottico di Bentham . 
Ritorniamo all’atto del pontefice. Che strutturalmente si rivela come atto simbolico in quanto interrompe l’immaginario portentoso celebrato dall’era della tecnologia, con le sue dimostrazioni di potenza e di padronanza sul mondo e sulla natura. Nulla di più semplice, di povero e di umile dell’atto. La sua forza consiste nel fatto che possiamo raccontarlo in differenti modi, ma infiniti altri modi rimangono non raccontati. Dall’atto incomincia un racconto ma lo svolgimento non è più prevedibile.  
Potremmo dire che il pontefice si è esposto all’atto di sottrarsi. Mancando a sé, riconsegnando la propria insegna, ha voluto esigere che fossero (gli) altri ad esporsi. Dal punto più alto della responsabilità non rispondo più della vostra assenza di responsabilità. E io stesso mi espongo, senza sottrarmi, alla responsabilità di attuare un atto che lascia in sospeso  l’attribuzione di responsabilità. Insomma: simile movimento propone il rovescio della vanità dell’Io, della sua passione narcisistica, dell’esercizio compiaciuto della potestas
E ancora: pochi si sono accorti che in questo atto pulsa un’infinita ironia e altrettanta generosità. Nell’ironia dico il contrario di ciò che penso, costringendo l’altro a cercare la verità da solo , se davvero lo desidera. Cosicché nell’ironia c’è poco da ridere. Infatti siamo presi per il bavero e sollecitamente invitati a mettere alla prova la nostra nuda soggettività. Ecco perché volentieri ce la svigniamo, e solo dopo che abbiamo evitato il brutto incontro, ridiamo maldestramente. Forse le ideologie, con tutte le loro imprevedibili metamorfosi, ci hanno addestrato troppo bene a ridere, deridere e irridere sbrigativamente, a bacchetta, su comando.  

venerdì 28 febbraio 2014

UN ALTRO PAPA di Giancarlo Ricci


Dopo circa un anno dall'arrivo di papa Francesco, 
qualche considerazione tratta dal libro 
"L'atto la storia" (2013, Ed. San Paolo) di G. Ricci. 

Un Altro papa. Il Novecento probabilmente termina oggi perché a mutare sono i riferimenti che tessevano la cornice antropologica in vigore sino a ieri. Quei riferimenti oggi vacillano, o quanto meno proseguono per inerzia, lungo direzioni casuali che risultano sempre meno intellegibili. 


Nel frattempo siamo all’inizio di un epoca in cui la biopolitica e la biotecnologia vengono proposte, in modo monopolistico, come istanze egemoniche. Il nodo della questione è se questi modi possano ancora appartenere all’umano. Faccenda non molto diversa dal dibattito, sorto qualche decennio or sono, intorno alla shoah, dove diversi intellettuali si chiedevano se l’umano sarebbe mai potuto esistere ancora. 
Ci sarà un nuovo papa, un successore. Ma - cosa essenziale - sarà il primo papa di una nuova serie di papi. Un atto divide, dicevamo. Apre uno spartiacque, un prima e un dopo. Ogni interruzione istituisce l’avvio di una nuova numerazione: il successore di Benedetto XVI sarà il primo di una nuova serie di Papi. Oggi ci troviamo in mezzo, nell’interruzione.
 Ci troviamo propriamente in quel non sapere caratterizzato dall’après-coup (la Nachträglichkeit freudiana): ciò che accadrà dopo, anno dopo anno e decennio dopo decennio, getterà nuova luce su ciò che sarà stato oggi. Su ciò che ha dominato e che ha riverberato, con le sue luci e ombre, in questa epoca senza che ce ne accorgessimo pienamente. La domanda rimarrà spalancata, aperta al futuro anteriore: che cosa sarà stato?  Che cosa sarà stato quel gesto enigmatico, così resistente al senso, così imprevisto ma incredibilmente fecondo di effetti ? 


Le cose che verranno progettate da ora in avanti non potranno essere più costruite con le stesse pietre, nè allo stesso modo. E’ questo il punto in cui mi sembra emerga la densità di una domanda intorno al destino antropologico che ci aspetta al varco. Dove c’è passaggio, c’è una soglia che viene varcata. E, una volta varcata, la scena non è più la stessa. Insomma: la civiltà (Kultur) può rinunciare a se stessa? Può mancare a se stessa? Può sparire in una globalizzazione che spenga il lavoro di civiltà (Kulturarbeit), da sempre linfa dell’umano? 

venerdì 14 febbraio 2014

SULLA LAICITA' E L'ETICA di Giancarlo Ricci


"Un’altra laicità" è un paragrafo di L'atto la storia di Giancarlo Ricci. Il libro porta come esergo 
le parole di Meister Eckhart: 
“Ci sono quelli che vanno per mare con poco vento e lo attraversano: così fanno ma non lo attraversano. 
Il mare non è una superficie. 
E’ dall’alto in basso l’abisso. 
Se vuoi attraversare il mare, fai naufragio”
                                                                                              


I laicisti, coloro che assumono la laicità come professione di fede, fanno finta di non accorgersi che sono costretti a credere ciecamente alla loro ragione e a celebrarla; vi sono aggrappati, a volte non senza patetismo, nota Jacques Lacan. Del resto una ragione che non credesse a se stessa coinciderebbe con il disfacimento stesso di ogni ratio. Proveniamo da un secolo, il Novecento, dove il nichilistico della morte di Dio ha realizzato un drammatico smarrimento della ragione. Ha creduto paranoicamente di poter imporre una ragione totalitaria sui popoli. Il Novecento è stato il secolo in cui, in nome di un laicismo puro, è stata realizzata una religione del massacro e della morte. 

 Atto analitico dicevamo, quello di Benedetto XVI. Un atto che invoca l’istanza di una verità storica, del suo procedere, del suo eventuale futuro e della sua possibile trasmissione. In tempi recenti rimanevo sorpreso udendo più volte una curiosa osservazione: che a difendere fortemente la soggettività e a resistere alla sua omologazione, siano rimasti oggi solo il cattolicesimo e la psicanalisi entrambi, non a caso, abbondantemente bersagliati da critiche e obiezioni. L’accusa è di oscurantismo. Le critiche provengono dalle certezze globaliste insite nell’attuale modernismo il quale, per aprire nuovi mercati alle “multinazionali delle superstizioni” (Carlo Sini), ha bisogno di denunciare e scalzare quelle vecchie. Sappiamo del resto come i totalitarismi si siano fatti strada presentandosi sempre come “portatori di libertà”.
L’atto è laico, direi per definizione. E’ strutturalmente irrituale. Costeggia il rito ma rifugge il ritualismo. L’atto comporta che nel suo accadimento gli effetti non siano garantiti, non possono essere previsti, indirizzati, finalizzati in un unica direzione. L’atto si affaccia sull’alterità, la chiama a manifestarsi. Il laicismo invece ha bisogno di contrapporsi, di aggrapparsi a un presunto Altro per esistere e per farlo esistere. Ogni atto qui è pensato come finalizzato, finalizzabile, transitivo. Deve padroneggiare la necessità del telos. E in tal senso non può rinunciare alla sua inclinazione didattica. 
L’atto è dunque invocazione all’apertura, all’alterità, alla differenza. Non prevede necessariamente il telos. Cerca la proliferazione, si muove verso l’Altro affinché questi mostri il suo volto e il suo nome in uno spalancamento che produca accadimento. Sono convinto - lo dico con parole veloci e rozze - che l’atto del pontefice sia stato, paradossalmente, un atto laico. E mi sembra che il maggior effetto di sorpresa sia stato percepito nell’ambito autenticamente laico. In quell’ambito cioè in cui il pensiero non esclude, per principio preso, nessun pensiero. Il laico non è infatti relativista, semmai assolutizza. O meglio non sa rinunciare all’assolutismo perché di volta in volta lo svuota dall’interno. 

venerdì 17 gennaio 2014

L'INCIVILTA' DELLA COMUNICAZIONE di Giancarlo Ricci


Pubblichiamo un brano del libro di G. Ricci L'atto la storia

La civiltà della comunicazione è anche questo: qualcuno legge al tuo posto e poi propone il riassunto. Ecco il banale trionfo della libertà: puoi scegliere chi farà il riassuntino. La chiamano giustamente civiltà del benessere: si può infatti evitare la fatica di leggere e di pensare. E dunque scegliere, praticando la libertà preferita, tra le infinite opzioni di intrattenimento. Ciò che recentemente si chiamava cultura oggi si chiama “intrattenimento”.
Parola appropriata quest’ultima, in quanto felicemente evoca, immaginando la catena di montaggio di un grande allevamento zootecnico, la fase indispensabile che precede la successiva, quella davvero produttiva.  L’otium latino era tutt’altra cosa. Se invece oggi così volentieri ci offriamo ad essere intrattenuti, significa che senza tale premura non sapremmo che fare del nostro tempo e del nostro desiderio. Ne vogliamo godere. Facendoci intrattenere, ci illudiamo di colmare un vuoto che nemmeno ci appartiene.
La nostra è l'epoca in cui si svolge una stagione dominata da una parola “magica” che produce stupore: ingovernabilità. Essa dilaga nello pseudo dibattito politico, nella gestione della cosa pubblica, nelle istituzioni, nei processi decisionali, nei tavoli delle trattative, nei legami sociali. Il sistema non regge più, non tiene più, dicono alcuni. Già: quando qualcosa termina, cade e cadendo effettua una cesura, un taglio. Le cose non stanno più al loro posto. La memoria esce dagli archivi. La realtà, sempre preconfezionata, e il reale delle cose e del mondo collidono e non riescono più a colludere: occidentali disorientamenti

domenica 5 gennaio 2014

IL NOSTRO TEMPO E IL DISAGIO DELLA CIVILTA' di Giancarlo Ricci

Brani dell'intervento di Giancarlo Ricci con cui ha presentato il suo libro 
L'Atto la storia, alla Galleria San Fedele di Milano  (7.11.2013)


IL SECOLO INCAPACE DI FINIRE. IL PAPA E LA FINE DEL NOVECENTO di Silvia Guidi


Recensione a "L'atto la storia" di Giancarlo Ricci 
uscita sull'Osservatore Romano (3.1.2014) 
a firma di Silvia Guidi

«Ci sono quelli che vanno per mare con poco vento e lo attraversano. Così fanno, ma non lo attraversano. Il mare non è una superficie. È dall’alto in basso l’abisso. Se vuoi attraversare il mare, fai naufragio»; Giancarlo Ricci, giornalista e psicanalista, cita Meister Eckhart per introdurre il suo ultimo libro L’atto, la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento (San Paolo, 2013, pagine 92, euro 9) in cui dall’osservatorio privilegiato del suo lavoro — «l’ascolto dei disastri soggettivi e delle loro metamorfosi» — scruta la vertigine del nostro tempo appiattito sul presente, che vive nell’idolatria del nuovo ma fatica a progettare concretamente il futuro. È uno sguardo che  attraversa   a volo radente  il  disagio  di un’intera  civiltà, segnalandone le derive, i paradossi, i punti di non ritorno. 

Con ironia, talvolta con sarcasmo, sempre con dolore autentico. Il ritmo è quello dell’invettiva; è un tempo strano il nostro — scrive l’autore — un tempo in cui l’uomo, pur di non dover riconoscere che ha paura di tuffarsi, non guarda più il mare. Nell’analisi di Ricci, che ha il respiro ampio della lunga durata alla Braudel, il Novecento non è terminato con il crollo del muro di Berlino, né con quello delle Torri Gemelle, perché «qualcosa nella quotidianità continuava a crollare, a produrre macerie e relitti. È stata la decisione di Benedetto XVI di lasciare il pontificato a chiudere il secolo scorso trascendendo la storia della Chiesa. Quell’atto ha messo un punto, ha posto un sigillo: quanto accadrà nel futuro non potrà essere interpretato attraverso i soliti schemi cui siamo abituati. E nei gesti di Papa Francesco possiamo già leggere cosa sarà il tempo futuro». 
Il gesto di Benedetto XVI ha gridato al mondo che il valore di ogni singolo io non coincide con il ruolo che riveste, smascherando l’impasse strutturale del potere, la falsità della sua pretesa onnipotenza.
«L’umano è segnato da una falla irreparabile — scrive Ricci — una falla da cui non c’è rimedio. Per dirla meglio: i danni peggiori si compiono credendo che possa esserci rimedio, che si possa guarire da questa falla. Otturarla, dimenticarla, anestetizzarla, aggirarla, sconfessarla. Le cosiddette “nuove patologie” del nostro tempo costituiscono prevalentemente le coniugazioni delle varianti cliniche, soggettive, di questi tentativi. Il predominio dell’informazione e della comunicazione viene esercitato a ciclo continuo gettando cemento su questa mancanza, ritenendo possibile riedificare una nuova Babele». 
Il reale, continua Ricci, è sempre altrove rispetto a quello che immaginiamo. È come l’apertura del vaso di Pandora da cui escono le figure più perverse di un immaginario che pretende di padroneggiare tutto; non più la “cosa pubblica” ma la caricatura della sua degradazione. 

martedì 24 dicembre 2013

IL CITTADINO E' IL CONVOCATO di Giancarlo Ricci


Dal testo "L'atto e la storia" di G. Ricci pubblichiamo alcuni passi.


La nostra sembra  una civiltà che assume e rappresenta il proprio sintomo senza alcun sforzo effettivo rivolto ad articolare e a intendere. Si precipita a porre rimedio, dimenticando che è necessario un “tempo per comprendere” e un “momento per concludere”. L’impressione è che il concetto stesso di temporalità si sia ingarbugliato. In effetti a forza di definirsi post (postmoderno, post-industriale, post-umano…), i sottili fili del passato, del presente e del futuro si sono aggrovigliati.
Le logiche scientiste della promessa, gli anacronismi della vita quotidiana, il passatismo museografico della cultura e molti altri “contrattempi” della contemporaneità, hanno reso cieca ogni prospettiva di civiltà. Di fronte a questa cecità acefala le parole di Bergoglio risuonano come una vera e propria politica della civiltà: «Ognuno di noi deve recuperare sempre più concretamente la propria identità personale come cittadino, ma orientato al bene comune». E ancora di più in quanto: «Etimologicamente, cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune, convocato perché si associ in vista del bene comune. […] Per formare comunità ciascuno ha un munus, un ufficio, un compito, un obbligo, un farsi, un impegnarsi, un dedicarsi agli altri. Queste categorie, che ci vengono dal patrimonio storico-culturale, sono cadute in oblio, oscurate di fronte all’impellente spinta dell’individualismo consumistico che unicamente chiede, esige, domanda, critica, moraleggia e, incentrato su se stesso, non aggrega, non scommette, non rischia, non si mette in gioco per gli altri».
Davvero singolari queste considerazioni di Bergoglio quando ancora era vescovo di Buenos Aires. Il suo invito ai cittadini a “formare comunità” procede in un movimento che punta a resistere a quello che normalmente accade nelle società avanzate, cioè il disgregamento dei legami proporzionale all’individualismo narcisistico. Quest’ultimo pretende sempre di più: «Chiede, esige, domanda, critica, moraleggia […], non aggrega, non scommette, non rischia», commenta Bergoglio.

mercoledì 18 dicembre 2013

PAPA FRANCESCO E LA SUA RAFFINATA SEMPLICITA' di Silvia Ronchey


Pubblichiamo l'intervista a Silvia Ronchey a cura di Alessandro Zaccuri uscita su l'Avvenire (5.11.13) 
con il titolo "Raffinata semplicità".
Per leggere l'intervista completa:

«Un Papa di meravigliosa semplicità e di straordinaria raffinatezza» sintetizza Silvia Ronchey. «Ogni sua azione, ogni sua parola si presta a una duplice lettura», aggiunge.
Lei che cosa preferisce: la semplicità o la raffinatezza?
«Non sono separabili l’una dall’altra – risponde –. Lo si è capito subito, fin dal momento in cui papa Bergoglio si è affacciato dalla loggia della basilica di San Pietro. Quell’inginocchiarsi davanti al popolo, quel chiedere la benedizione dei fedeli erano gesti talmente trasparenti da non esigere, in apparenza, alcuna spiegazione.(...). 
Quali prospettive si aprono, secondo lei?
«Una interna alla Chiesa stessa, nella direzione di una ritrovata collegialità, lungo la linea indicata già dai Padri orientali e poi ripresa dal Concilio Vaticano II. Nessuna deriva “modernista” in questo, semmai la volontà di riappropriarsi della tradizione in tutta la sua forza vitale e innovatrice. Lo si comprende, per esempio, dall’apprezzamento di Francesco per il tomismo autentico, contrapposto al “tomismo decadente” degli ultimi decenni. C’è una genialità del pensiero cristiano che occorre preservare, non per opporsi alla tradizione, ma per permettere che la tradizione apra spazi ulteriori (...)».
Un desiderio che ora trova realizzazione?
«Direi di sì, per quanto in prima istanza Francesco, a differenza del suo predecessore, non sia un teologo ma un pastore. Eppure il sottotesto dei suoi comportamenti è precisissimo anche dal punto di vista concettuale. Non dobbiamo dimenticare, a questo proposito, che Bergoglio proviene da un contesto nel quale la durezza del vivere si impone con una forza tale da rendere immediato il ricorso alla prassi pastorale».
E verso l’esterno?
«Anche in questo caso le prospettive vanno di pari passo, si intrecciano. Una Chiesa cattolica capace di recuperare in modo creativo le proprie origini è, coerentemente, una Chiesa che si pone in dialogo con le altre confessioni cristiane, prima fra tutte quelle orientali. L’incontro tra Francesco e il patriarca Bartolomeo è stato, dal mio punto di vista, un evento la cui portata deve ancora essere apprezzata nella sua pienezza. (...). Un intreccio vertiginoso, che però lascia intendere quanto il ritorno alle origini sia portatore di innovazione».
Francesco parla spesso del ruolo della donna...
«Parla di “genio femminile”, per l’esattezza, ed è un’espressione bellissima, che rimanda a Goethe e all’“eterno femminino” cantato nel Faust. L’ho detto e lo ripeto: questo è un Papa irresistibile per i media, ma il suo non è un messaggio mediatico. I riferimenti culturali sono innumerevoli, si va Hölderlin a Borges, spesso con la mediazione di Ignazio di Loyola».

giovedì 12 dicembre 2013

L'ATTO DI BENEDETTO XVI E L'ESORDIO DI FRANCESCO di Tiberio Crivellaro


Pubblichiamo l'articolo di Tiberio Crivellaro uscito nella pagina culturale del quotidiano LA SICILIA (9.12.13) con il titolo "Ratzinger iniziatore di una era nuova". 

L'atto dimissionario di Papa Benedetto XVI, l'11 febbraio di quest'anno è da considerare come rinuncia, abdicazione irresponsabile pro tempore? Colpisce non poco la tendenza dei media di considerare quest'evento assimilabile alle categorie della negazione, dato che, nell'attuale società dell'indifferenza, pare che sofferenze e lacerazioni siano oggetto di spettacolarizzazione.


Si rappresenta il dolore con lacrime, grida, abbracci strazianti; la morte con appalusi. Una cultura dell'intrattenimento confezionata per evitarci di leggere la realtà. A partire dallo sguardo radicale di Ratzinger su una devastante contemporaneità, lo psicanalista Giancarlo Ricci nel suo libro «L'atto, la storia - Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento» (Ed. San Paolo), dà una sua particolare lettura dei disastri soggettivi e le loro metamorfosi per aggirare la verità. Ricci, invita a considerare l'atto di Ratzinger come enunciazione del fatto che esso decide di non continuare ad assumere «l'impotenza della sua funzione», ma bensì di rimandarla al mittente. Senza tuttavia, «scendere dalla croce». Si assoggetta a quest'atto assoluto costringendo i poteri laici e religiosi che hanno realizzato lo smarrimento della ragione a fare i conti con la così detta realizzazione dei "massacri" e della morte a favore dell'Economia e del libero arbitrio biologico, biotecnologico.
  Ratzinger non si assume la responsabilità di rattoppare questi squarci. Secondo Ricci, è questo un tempo non cronologico ma logico, che determina la fine del Novecento. Benedetto, col suo atto fa crollare un muro epocale. Epoca prolifica di patologie legate alle dipendenze, ai consumi sfrenati che producono catene montuose di rifiuti. Un contesto che favorisce il fantasma di immortalità travestito con la sfarzosità del progresso. Forse per questo, il nuovo Papa potrebbe essere il primo di una nuova serie di Pontefici. Jorge M. Bergoglio, ancor prima di essere eletto, asseriva che: «Oggi ci troviamo in mezzo a un'interruzione…» a un nuovo passaggio dove la scena non è più la stessa.

martedì 10 dicembre 2013

UNA LEZIONE DI LAICITA' di Salvatore Veca


Pubblichiamo l'intervista a SALVATORE VECA 
(autore di Un'idea di laicità, Il Mulino) 
a cura di Alessandro Zaccuri 
uscita sull'Avvenire il 31 ottobre 2013.
Per l'intervista completa vai a:

Sta dicendo che dal Papa viene una lezione di laicità?
«La laicità, intesa nel suo significato più autentico, appartiene al cristianesimo in modo irrinunciabile e costitutivo. Per rendersene conto basta ascoltare l’esperienza di tanti parroci, di tanti sacerdoti che stanno vicini alle persone nei loro drammi e nei loro bisogni più profondi. È l’esempio dato da Francesco, appunto: non esporre agli altri la dimostrazione delle ragioni per cui sarebbe legittimo o sensato credere, ma rendere evidente che c’è una vita spesa e vissuta, in concreto, sulle ragioni della fede».

Per questo l’invito al dialogo risulta così convincente?
«Anzitutto questo sgombra il campo da una retorica, come dire?, diplomatica. Quella per cui si invoca il dialogo e ci si richiama a una generica melassa di valori comuni, evitando però di prendere sul serio le differenze su ciò che è fondamentale nella vita di ciascuno. L’insistenza di papa Francesco sulla verità vissuta come relazione, e non imposta come astrazione, conduce verso questo orizzonte di serietà, oltre che di precisione concettuale».

In che senso?
«Legare la verità all’esperienza della verità è tema cristiano, e anzi cristologico, per eccellenza. Ma anche al di fuori di una prospettiva di fede rappresenta un monito a non considerare la verità come qualcosa che possa essere pronunciato dall’esterno. La verità sta sempre nella partecipazione, nello stare in mezzo agli altri, praticando una lealtà che è dovuta in primo luogo a se stessi. Troppe volte abbiamo assistito a una confusione di piani più o meno volontaria, per cui il modello della verità scientifica viene applicato in maniera surrettizia a contesti di tutt’altro tipo. Le leggi della fisica sono vere in quanto verificate, non c’è dubbio. Però non sono sullo stesso piano di un’affermazione come “Io sono la via, la verità e la vita”».

È una distinzione solo teorica?
«Niente affatto. A nessuno può essere richiesto di venire meno a una convinzione di fede. Questo equivarrebbe a un’ingiunzione tirannica e sarebbe, inoltre, la sconfessione della verità come principio pluralista. Il che non significa, lo ripeto, che ogni asserzione può essere scambiata con qualsiasi altra. Vale semmai l’opposto: proprio perché la verità deve essere perseguita in ambiti diversi, diventa particolarmente urgente interrogarsi su che cosa significa l’incontro con Qualcuno che è la verità».

Torniamo all’origine religiosa delle libertà civili?
«O forse approdiamo alla misericordia come modello autentico di una convivenza basata sulla serietà delle proprie convinzioni e sull’attenzione appassionata per le convinzioni degli altri. Nel caso di papa Francesco si citano molte ascendenze, molte similitudini. Quella che personalmente mi colpisce di più riguarda un altro grande gesuita vissuto nel XVI secolo. Penso a Matteo Ricci, nel quale i cinesi riconobbero un amico venuto da lontano per trovare nuovi amici. Ecco, esattamente questo è lo stile di Francesco, lo stile della laicità».

venerdì 29 novembre 2013

TORNARE ALL'ORIGINE di Umberto Curi


Editiamo alcuni brani dell'intervista al filosofo Umberto Curi, 
autore di L'apparire del bello (Bollati Boringhieri). 
L'intervista "Tornare all'origine non al passato", 
a cura di Alessandro Zaccuri 
è uscita su L'Avvenire il 29.11.13.
Per l'intervista completa vai a: 

Papa Francesco è un cercatore?
«È un uomo dotato della straordinaria capacità di combinare tra loro la necessità di un forte rinnovamento all’interno della Chiesa e il recupero del messaggio evangelico nella sua genuinità originaria. Si tratta di un’apertura al futuro che fa leva sulla profezia e non si rinchiude, come talvolta è accaduto, nel mero rispetto di una regola morale.
Particolarmente rivelatrice mi pare l’insistenza sul valore della misericordia, che del resto è l’asse portante del Discorso della Montagna. (...)».

Francesco si presenta come il Papa dell’essenziale.
«Infatti, per il credente l’essenziale è questo: la fede e non la religione, mi verrebbe da dire. La stessa semplicità dei gesti e dell’eloquio di Bergoglio possono essere interpretati come un richiamo a non separarsi dall’essenza della fede, che si esprime in pienezza quando si incardina nel comandamento dell’amore: per sé, per il prossimo, addirittura per il nemico».

In questa essenzialità c’è molta teologia, non trova?
«Dobbiamo intenderci sui termini. Già dal punto etimologico, la teologia sta sul crinale di una pretesa impossibile. Il discorso (logos) su Dio (Theos) non può mai compromettere il momento originario e fondativo della fede. Molti interventi di papa Francesco mi pare che vadano per l’appunto nella direzione di una ricerca appassionata, che non riduce mai la verità a qualcosa di cui si possa rivendicare il possesso».

Nessun sapere può illudersi di bastare a se stesso, dunque?
«Prendiamo il caso della bellezza. Nel pensiero greco classico non è affatto una pura armonia delle forme da contemplare in modo distaccato e, per così dire, “estetico”. Questa è un’invenzione moderna, della quale ha fatto in parte giustizia Nietzsche richiamando l’importanza dell’elemento dionisiaco, irrazionale, che per gli antichi era complementare alla compostezza dell’apollineo. In senso più generale, nel pensiero greco la bellezza è sempre posta in relazione con altri valori di ordine etico e ontologico. Ed è per questa via che il bello viene a convergere con il buono e con il vero. Il recupero della genuinità originaria, così spesso invocato da papa Francesco nei suoi interventi, richiede un’analoga disponibilità ad andare al cuore di ogni questione, rinunciando alle sovrastrutture che rendono opaca la nostra esperienza».

giovedì 28 novembre 2013

LE MASCHERE DELLA CONTEMPORANEITA' di Giancarlo Ricci

Pubblichiamo alcuni passi di un'intervista a G. Ricci 
in occasione dell'uscita di "L'atto la storia". 
"Se consacrare (sacrare) era il termine che designava l'uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini" 
(G. Agamben, Profanazioni, Nottetempo) 


Quali sono le tematiche che ritiene più problematiche oggi? 
Le società attuali sono sempre più complesse. La nostra in particolare, abitata da anacronismi, da contrapposizioni, da personalismi, da chiusure culturali che utilizzano di volta in volta le solite maschere dell’ideologia, della demagogia, del pregiudizio.  Per esempio l’uso di un certo laicismo divenuto ormai una vera e propria professione di fede, la diffusione della “dittatura del relativismo”, la necessità neoliberistica di imporre l’obbligo al consumismo senza limiti, il dissolvimento dei tradizionali legami sociali.

Sono temi caldi, roventi. Dal mio punto di vista ho proposto una sorta di carrellata a volo radente, in cui ho evidenziato come la società del nostro tempo attui una negazione della soggettività, favorisca l’omologazione, promuova i diritti soltanto per cercare consenso.

C’è qualcosa di avvilente in tutto ciò. Questa chiusura verso un futuro possibile, ha qualcosa di mortifero. Anche se non sono uno storico, propongo di leggere il gesto di Ratzinger come un gesto che chiude il Novecento, che attua una cesura storica. E’ terminato il tempo per comprendere. Ciò che ci attende nei prossimi anni, ci costringerà a inventare un nuovo modo di coniugare l’etica con i temi cruciali della civiltà, della scienza, della tecnologia. C’è anche urgenza di un altro concetto di politica in grado di fronteggiare con dignità e giustizia le scommesse dei nostri tempi. Altrimenti saremo costretti a sopravvivere in una società di macerie e di relitti, in cui tutto è possibile, anche il disorientamento eretto a sistema.  

Quali prospettive intravvede all’orizzonte? 
Accorgersi e nominare ciò che non funziona è già un buon passo. Il libro si struttura come due atti teatrali: l’uscita di scena di Ratzinger e l’arrivo di Bergoglio. L’entrata in scena di Papa Francesco con la frase “vengo dalla fine del mondo” mi è sembrata riassumere in modo straordinario un pensiero nuovo, forte, deciso. La scelta per il nome Francesco, il tema della povertà, l’attenzione rivolta agli ultimi, ai giovani, ai minori mi sembrano esempi in difesa della civiltà, di tutta la civiltà. Avverto in Francesco una sensibilità che sa cogliere con lungimiranza i veri nodi critici della società.
Ecco un punto importante: tutto ciò non coinvolge solo i cosiddetti credenti o coloro che si riconoscono come cattolici, ma riguarda ciascuno, anche i laici. Ormai viviamo in tempi in cui ciascuno non può fare a meno di confrontarsi con un’epoca sulla soglia di mutamenti vertiginosi oggi impensabili. Occorre molto di più che la tolleranza. La posta in gioco infatti è il destino della civiltà e l’esistenza dell’umano. I loro scenari antropologici e biopolitici  ormai ci interrogano con inquietudine. 

SFIDA AL GRANDE INQUISITORE di Franco Cassano


Riproduciamo alcuni passi dell'intervista al sociologo 
Franco Cassano (autore di L'umiltà del male, Laterza 2011)       
a cura di Alessandro Zaccuri. 
L'intervista "Il grande sud sfida il Grande Inquisitore"
 è uscita su L'Avvenire (27.11.13).


Dio non gioca a dadi, d’accordo. Però ogni tanto la Chiesa, ludicamente parlando, si prende il lusso dello spariglio. «La mano di carte che scompiglia il tavolo, ha presente?», spiega il sociologo Franco Cassano, che da Bari, a metà degli anni Novanta, lanciò la sfida del «pensiero meridiano» (...). «E’ arrivato papa Francesco, che del Grande Inquisitore è l’esatto contrario. All’esibizione di autorità preferisce l’ammissione della debolezza, all’uso strumentale del mistero oppone l’esercizio dell’umiltà. 

È questo lo spariglio?
«Anche questo, sì. Ma non soltanto. Al momento dell’elezione di Bergoglio e subito dopo, quando ha iniziato a delinearsi il profilo del suo pontificato, mi sono ritrovato a pensare: “Guarda un po’ che riesce ancora a combinare la Chiesa…”. In una fase in cui tutto l’Occidente, e in particolare l’Europa, sembrano intrappolati in uno stato di depressione, timorosi come sono di perdere i privilegi di cui hanno goduto negli ultimi secoli, ecco un Papa chiamato “quasi alla fine del mondo”, grazie al quale la prospettiva si rovescia bruscamente. Dal punto di vista storico è la fine dell’eurocentrismo, ma in senso più largo è un invito, molto insistente, rivolto alla cultura laica, che non può più accontentarsi di lamentare la fine di un’epoca. Se l’Europa è a corto di speranza, e l’Italia è ancora più in affanno degli altri Paesi, in gran parte del mondo l’orizzonte del futuro è tutt’altro che consumato. Il Papa viene da queste terre, da un continente vivacissimo come l’America latina. E ci dice, in tutta semplicità, che la storia non è finita. Che la speranza, dunque, è ancora possibile».

Questo che cosa comporta?
«Anzitutto l’assunzione di una tradizione che finora l’Occidente ha trascurato, se non addirittura ignorato. Sono le tematiche del Grande Sud del pianeta, risorsa straordinaria anche sul versante simbolico. L’importante, dal mio punto di vista, è che questo accade con un cambio di passo nella Chiesa. Sintetizzando al massimo, direi che tutto si decide nel rapporto con la modernità. Posso usare un’altra espressione relativa al gioco?»

Certo.
«Con Francesco la Chiesa non sta più in difesa, ma passa all’attacco. Lo fa in maniera diretta, senza alcun complesso di inferiorità verso un pensiero che, di conseguenza, è invitato a riconsiderare se stesso, in tutta la sua ampiezza e in ogni sua contraddizione. Quando il Papa, per esempio, svolge una critica all’utilitarismo, un intellettuale non può non revocare in dubbio la visione per cui il liberismo sarebbe l’unico paradigma fondante dell’agire economico. Ci sono molti aspetti del pensiero moderno che richiedono una specifica assunzione di responsabilità. Ne cito soltanto due, che ritengo cruciali: la deriva dell’individualismo da un lato e il rifiuto del limite dall’altro. Su entrambe le questioni l’insegnamento di Francesco è chiaro, puntuale e non equivocabile».

mercoledì 20 novembre 2013

LA COSCIENZA AL POTERE. Intervista a Luigi Zoia

Pubblichiamo alcuni passi dell'intervista di Alessandro Zaccuri allo psicoanalista Luigi Zoia 
(autore del recente Utopie minimaliste, Ed. Chiarelettere). L'intervista è uscita sull'Avvenire del 9 novembre. 

Ha nostalgia di un Papa più remoto e regale?
«Al contrario, vorrei che Francesco percorresse fino in fondo la strada del dialogo, dimostrando così la continuità profonda tra il suo pontificato e quello del predecessore. La rinuncia di Benedetto XVI ha avuto e continua ad avere una portata enorme. È un gesto senza precedenti, che obbliga la Chiesa a confrontarsi con il nodo del potere. Che è potere economico, certo, e quindi ben venga la trasparenza degli enti finanziari legati alla Santa Sede. Allo stesso modo non può più essere rimandata la purificazione di quanto attiene alla sfera degli abusi sessuali.
Un’iniziativa, anche questa, che risale a Benedetto XVI e che Francesco ha ora il compito di portare fino in fondo, con tutta la delicatezza che un’azione del genere comporta. Ma il punto cruciale non è neppure questo».

Qual è, allora?
«Posso permettermi una provocazione laica e niente affatto laicista? La questione da risolvere riguarda il dogma dell’infallibilità. So benissimo che questo riguarda solo i pronunciamenti ex cathedra, ma nondimeno è il Papa stesso, quando si chiede “chi sono io per giudicare?”, a introdurre un elemento di dubbio o, se si preferisce, di possibilità. Si potrebbe rispondergli che è per definizione l’infallibile, colui che “deve” giudicare per correggere l’uomo, il quale è invece fallibile; oppure fargli notare che si sta spogliando di una prerogativa “imperiale”. La rinuncia all’infallibilità sarebbe la dimostrazione che il Papa è infallibile, almeno in quel momento. Sarebbe una spoliazione dalla forma più insidiosa e rigida del potere, con un’iniziativa veramente degna di Francesco d’Assisi».


Sì, ma un dogma non si può abrogare.
«Se il Papa è infallibile in materia di dogmi, dovrebbe esserlo anche nel momento in cui proclama che l’infallibilità non è più necessaria. Ciò richiama un’altra delle categorie predilette da Francesco, quella che forse più di ogni altra fonda la legittimità del dialogo».

Che cosa intende?
«L’appello alla coscienza, che non a caso è un tema decisivo per la stessa psicoanalisi. Vede, in italiano traduciamo come “coscienza” due diversi termini analitici tedeschi. Il primo, Bewusstein, descrive la consapevolezza intellettuale, mentre il secondo, Gewissen, è la coscienza morale. Per tradizione la mentalità italiana è incline a questa seconda tipologia, spesso declinata come adesione a una norma. È, direi, la versione cattolica della coscienza. A dover essere rivalutato è l’altro elemento, più presente nelle culture di matrice protestante, ma non solo in esse. Una coscienza consapevole, e quindi concreta, è stata tipica dell’opera dei gesuiti in America Latina, tra l’altro. E Francesco è un gesuita latinoamericano, giusto?».