mercoledì 24 aprile 2019

DESTINO, RESPONSABILITA', LIBERTA'

Destino, responsabilità, libertà: tre termini essenziali e imprescindibili al lavoro di civiltà. Non c'è uno senza l'altro. 

Come in un nodo borromeo, se togliamo un anello gli altri due svaniscono. Oggi l'istanza di libertà sembra talmente indebolita, quasi fosse implosa in se stessa,  da vanificare gli altri due termini.



L'intervista di MARIA RACHELE RUIU a Giancarlo Ricci sul suo ultimo libro,  (Il tempo della post libertà. Destino e responsabilità in psicoanalisi, Sugarco) apre un dibattito di grande attualità. 

L'intervista è uscita il 16.4.2019 presso il sito di Provita 




Giancarlo Ricci, psicoanalista milanese con 40 anni di esperienza sulle spalle e autore di numerosi e apprezzati volumi, è noto per essere stato inquisito per aver difeso, citiamo testualmente, «la funzione essenziale e costitutiva di padre e madre nella costituzione del soggetto». Secondo chi ha aperto il procedimento, ossia l’Ordine degli Psicologi della Lombardia infatti, questa frase sarebbe stata discriminatoria  nei confronti delle cosiddette famiglie arcobaleno.
Abbiamo incontrato lo psicanalista, che ha ripercorso in un interessantissimo libro (Il tempo della post libertà) l’intera vicenda spiegando il caso increscioso.

Iniziamo dalla fine. Il mese scorso la sua vicenda si è conclusa con l’archiviazione. Come commenta?     
    
«Ci sarebbero molte cose da evidenziare. Innanzitutto che ho atteso più di tre anni per una sentenza che poteva risolversi in pochi mesi. È stato un modo con cui una parte di Consiglieri (colpevolisti) ha cercato in qualche modo di “ostacolare” alcune mie attività pubbliche. Secondariamente: i voti favorevoli all’assoluzione sono stati 7 a favore e 7 contrari. Un risultato quindi sul filo di lana che indica una spaccatura all’interno dell’Ordine. Infine: il testo sulle motivazioni è pieno di incongruenze, di omissioni, di affermazioni contraddittorie. Pur di non ammettere la consistenza ideologica delle accuse, insistono nell’affermare che “permangono irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinali a cui le affermazioni del dott. Ricci potrebbero voler fare riferimento”. Dopo questo contorsionismo concludono che “non sono emersi elementi sufficienti per ritenere il dott. Ricci responsabile per gli illeciti contestati”. Insomma sembra un’assoluzione per insufficienza di prove. Del resto non poteva accadere altrimenti».

Il suo libro si chiama Il tempo della post-libertà. Cosa intende? Non siamo in una Paese libero?     

«Nel libro cerco di evidenziare come il concetto di libertà sia cambiato. Nel Novecento, secolo di totalitarismi e massacri, aveva una connotazione specifica: l’uomo novecentesco doveva combattere per conquistarsi la libertà, era una questione di sopravvivenza. Con la globalizzazione e con il capitalismo neoliberistico la libertà diventa un’altra cosa: una sorta di merce che viene offerta per soddisfare il desiderio di varie categorie sociali. È una manovra per acquisire credito e imporre all’individuo un debito immaginario. Paradossalmente la libertà diventa un obbligo. Perché accade così? La mia lettura è che si attua una sorta di scambio silenzioso: varie forme di libertà con la promessa di sicurezza e di benessere in cambio di una rinuncia alla responsabilità. Il cittadino sarà ricolmo di libertà a condizione che consegni l’istanza della responsabilità a qualcun altro che la gestirà come vuole. È il tempo delle governance anonime e irraggiungibili. “Delegando” le responsabilità sociali ad altri, ai cittadini non resta che partecipare al mondo dell’ipnosi collettiva, della suggestione mediatica, al teatrino spettacolarizzato in cui altri mettono in scena le sorti di un possibile “bene comune”. L’effetto più evidente è che sparisce il concetto di libertà come coscienza soggettiva, interiore, come critica morale, come lavoro di riconquista della propria soggettività.       
Siamo in un Paese libero? Dipende: viviamo in una libertà condizionata. Se concordiamo con il pensiero unico e partecipiamo al gioco illusorio di una realtà artificiosa, tutto va bene; se incominciamo a fare delle domande in più, a scompigliare il politicamente corretto, a prendere la parola mettendo in causa l’ideologia dell’egualitarismo, allora le cose si complicano
. In tal senso la mia vicenda, caso microscopico, è indicativa. Mostra, tra l’altro, come le istituzioni nel nostro Paese spesso funzionano come luoghi in cui si depositano rimasugli di ideologie che pretendono di controllare e gestire “correttamente” il bene comune. Come se le istituzioni non fossero al servizio del cittadino ma il cittadino al loro servizio, come se si trattasse da parte di costoro di imporre un debito, un’obbligazione. Una delle accuse che mi hanno mosso è stata quella secondo cui ho preso la parola senza tener conto delle linee guida stabilite dall’Ordine degli Psicologi. Secondo quest’ultimo, intervenendo a un dibattito televisivo rappresentavo la categoria professionale cui appartengo e quindi non potevo esprimere il mio pensiero liberamente. Siamo in un Paese libero? Direi piuttosto: siamo in Paese in cui il cittadino deve difendersi da varie forme di parassitaggio».

Viviamo nel tempo del “se lo desidero e posso ottenerlo, LO VOGLIO”. È libertà?

«Piuttosto direi che è una parodia della libertà. Che la libertà coincida con l’appagamento di un desiderio, mi sembra un’idea abbastanza rozza, narcisistica e decisamente cinica. È una figura dell’attuale relativismo dove la libertà, fomentata dalla logica del consumo, risulta capriccio.  La libertà ha un’altra dignità. Più che l’ottenimento, più o meno immediato, di qualcosa, mi sembra che essa sia da considerare come un lavoro, un progetto non esente da verità. Sigmund Freud amava citare una frase di Goethe che dice: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. In tal senso, forse, la libertà in psicoanalisi va considerata come un lavoro di riconquista, una ritessitura della propria soggettività, un desiderio di rimettere in questione quello che chiamiamo il “nostro destino”. In una parola: riuscire a girar pagina e a ricominciare da un altro punto il progetto della nostra esistenza. In questa accezione di libertà siamo costretti a fare i conti con un’alterità radicale, con quell’alterità che persiste ad abitare l’essere umano, come afferma il filosofo Levinas. È un’impresa individuale ma al contempo collettiva nel senso che presuppone gli altri, l’Altro, i nostri simili ossia la nostra memoria e la nostra storia. Senza questo concetto di libertà, la civiltà non va da nessuna parte anzi si spegne nell’autoreferenzialità, nella compiacenza  ripetitiva, nella conferma di un’identità mortifera».

Sono appena passati i giorni di Verona. Il Congresso è stato dipinto dalla stampa in maniera vergognosa, i partecipanti demonizzati. La violenza con la quale siamo stati salutati da alcuni politici e da molta stampa è stata impressionante. Come difendersi dall’aggressione ideologica che stiamo vivendo?

«Intorno al Congresso di Verona si è svolto qualcosa di vergognoso. A mio avviso, bisogna riflettere su una certa modalità mediatica di attuare una sorta di “informazione preventiva”: informare preventivamente significa per i media creare una realtà già preconfezionata, pronta all’uso e all’abuso proprio perché contiene in sé, all inclusive, un giudizio ideologico sprezzante e ottuso. Questa modalità ha come programma la destituzione dell’altro, la sua demonizzazione, la messa in ridicolo. Fa parte, direi, del “carnevale della libertà” di cui parlo nel mio libro: è lecito trasgredire, insultare, demonizzare senza assumersene alcuna responsabilità. Tutto è possibile. Anche affermare, immediatamente dopo, il contrario di quello che si è detto. Tanto non succede nulla. Le fake news possono essere smentite, corrette o gettate nella pattumiera. Ma ciò non accade per le notizie omesse, oscurate, fatte sparire. Questa dissimmetria, dalle caratteristiche un po’ schizofreniche, è molto rischiosa per i media perché costoro si giocano la loro credibilità. Non dimentichiamo che sono gli stessi media che ci informano (o vorrebbero informarci) su ciò che accade nel mondo.
Come difendersi? In una battuta: puntare di più sulla formazione (culturale, storica, giuridica, antropologica, spirituale) che sull’informazione. La nostra società, quasi con un gioco di prestigio, ha sostituito la formazione con l’informazione: ha barattato la cultura con l’intrattenimento, il pensiero con il consenso acritico, la libertà delle idee con il relativismo, la convinzione con il fanatismo. Fatte queste considerazioni, rimane un dato positivo fondamentale: se ci sono stati tanti attacchi “preventivi” e tanta demonizzazione significa che il Congresso di Verona ha colto nel segno…».

Maria Rachele Ruiu

sabato 2 febbraio 2019

GENDER E TRANSUMANESIMO, UN'UMANITA' NEUTRA

Pubblichiamo alcuni passi di EUGENIO CAPOZZI 
tratti dal suo libro 
POLITICAMENTE CORRETTO. STORIA DI UN'IDEOLOGIA  
  (Marsilio 2018).  


Un’umanità neutra: tra gender e transumanesimo

La messa in discussione di un'essenza metafisica del soggetto umano, l'obiettivo di affermare una libertà radicale

svincolando gli individui da vincoli biologici, ambientali, sociali, culturali trovavano un'immediata e tangibile realizzazione in special modo nell'identità sessuale. “Essere quel che si vuole” per un'entità che può costruirsi come soggetto attuando il principio di autodeterminazione significava abolire ogni distinzione di ruolo e ogni convenzione predefinita, per dedicarsi soltanto alla soddisfazione delle proprie pulsioni.
  Come nel caso della lotta al colonialismo e alle discriminazioni razziali, anche quella alle discriminazioni sessuali si allontanò dal riferimento alla tradizione costituzionale dell'Occidente e, influenzata dalla rivolta diversitaria, trasformò la rivendicazione dell'uguaglianza nella messa in questione di ogni concezione della natura umana sedimentata nella storia, e nella pretesa dell'esistenza di una sfera di diritto speciale, di un riconoscimento pubblico di legittimità dovuto a un gruppo, definito in nome della sua differenza. Tanto il femminismo di seconda generazione quanti movimenti per i diritti gay (come cominciarono ad essere designati dall'inizio degli anni settanta) vennero influenzati dalla tesi secondo cui rappresentazioni del sesso maschile e di quello femminile ereditate dalla storia occidentale, andavano considerate come impalcature
Eva nasce dalla costola di Adamo, bassoriiievo Duomo di Orvieto.
ideologiche di un sistema patriarcale fondato sulla sistematica sopraffazione e repressione delle diversità. E secondo cui, viceversa, le identità sessuali non sono stabilite dalla biologia, ma sono il frutto di una costruzione culturale determinata dalle mentalità dominanti o dalla libera scelta dei soggetti.
Sorto nell'ambiente dei cultural studies, il concetto di gender (genere), contrapposto a quello di sex, esprimeva pienamente questa condanna, e il radicale relativismo che la ispirava. Attraverso una serie imponente di ricerche nel campo socio psicologico, storico, letterario, mediatico gli studiosi del gender hanno sostenuto che qualsiasi connotazione culturale dei sessi, esterna alla conformazione biologica, esprime rapporti di potere che nella civiltà occidentale si sono definiti appunto nel modello sessista del patriarcalismo. Punto comune tra gender studies, il femminismo radicale e movimenti gay stava nella determinazione a decostruire queste connotazioni, per aprire la strada a nuove rappresentazioni di genere libere da condizionamenti e coercizioni.
Conformemente alle politiche dell'identità, quei movimenti rivendicavano non solo la libertà di comportamento degli individui nonché l’uguaglianza giuridica “senza distinzione di sesso”, ma il riconoscimento delle identità alternative alla polarizzazione tradizionale […].
Il vero cuore dell’identità gender si rivelava essere il rifiuto di ruoli e identità fisse: la loro interpretazione, cioè, non come stati naturali ma come “atti performativi”, per usare l'espressione di una delle principali caposcuola dei gender studies, Judith Butler. […].
L'ideale di un essere indifferenziato, neutro, multivalente, dalle identità cangianti e mobili si va  a inquadrare in un progetto ideologico preciso: la costruzione di un'umanità svincolata da ogni condizionamento naturale e culturale, ridefinibile secondo potenzialità infinite con l'ausilio di mezzi tecnoscientifici senza precedenti nella storia della civiltà. In questa chiave si comprende meglio la rapida trasformazione dei temi sui quali si sono andate incentrando nell'ultimo trentennio le rivendicazioni dei gruppi gender nel dibattito civile dei paesi occidentali.
Acquisita l'abolizione di ogni condanna o discriminazione
normativa, nonché l'accettazione sociale di differenti stili di vita sessuale, le campagne si sono spostate su questioni come il  nodo paternità/maternità e il concetto di famiglia. 
L'enfasi posta sull'obiettivo del matrimonio same sex o egualitario (regolato dello stesso regime di quelli eterosessuali) come diritto fondamentale converge con la tendenza all'affermazione di una pluralità di modelli di unione familiare, con numerose varianti e sempre più provvisori.
Diviene rilevante la possibilità, attraverso la parificazione delle unioni civili omosessuali al matrimonio, di legittimare il diritto alla paternità e maternità same sex: il riconoscimento giuridico che esistono figli nati da due madri o da due padri, ottenuti attraverso una “madre surrogata” o la fecondazione in vitro da un donatore di sperma. […].

Queste innovazioni giuridiche rappresentano momenti di transizione verso la relativizzazione totale della genitorialità, la scissione completa tra sessualità e generazione, l'equiparazione della paternità/ maternità a un'operazione di laboratorio.
La società “neutralizzata”, depurata da eredità biologiche, storiche e culturali costituisce il punto di partenza per l'estremo progetto, il più ambizioso dell'ideologia neo progressista. Un progetto faustiano: il superamento dei limiti fisiologici della natura umana attraverso l'uso estensivo dei poteri derivati dalla tecnoscienza, ossia dal sistema ormai organicamente unito di scienze e tecnologie in grado di svilupparsi in forma autonoma, e di intervenire in maniera determinante sui momenti decisivi della vita umana.
Biotecnologie, ingegneria genetica, nanotecnologie, robotica, nuove frontiere della farmacologia e della psicologia da qualche decennio, in sempre nuove combinazioni e interazioni, hanno registrato un'accelerazione esponenziale
dei loro progressi e accumulato potenzialità che promettono svolte decisive nell'innalzamento della qualità della vita, nella lotta alle malattie, alla sofferenza, alle disabilità, nell'obiettivo di prolungare l'esistenza a livello fino a poco tempo fa impensabili. Molti tra i più ricchi imprenditori dell'industria hi-tech stanno investendo da tempo enormi capitali in queste tecnologie.
Da tempo questo scenario è stato posto al centro di una corrente culturale definita “transumanesimo”. Esso prefigura un prossimo futuro in cui gli esseri umani potranno accedere a opportunità senza precedenti nella storia, superando definitivamente molti limiti della loro condizione naturale. Prospettiva che in alcuni casi si spinge fino l'ipotesi che possono fondersi in varia misura con macchine e tecnologie (postumanesimo). E ha già stimolato molte riflessioni a livello filosofico su quanto il potere tecnoscientifico sarà in grado di cambiare la storia, ma anche la morale umana, il senso del bene del male, della vita e della morte.



venerdì 17 novembre 2017

LA RIVOLUZIONE GENDER GLOBALE. Uno studio di Gabriele Kuby

La rivoluzione sessuale globale. 
Distruzione della libertà in nome della libertà (Sugarco, 2017): 
di questo studio della sociologa e saggista tedesca GABRIELE KUBY, pubblichiamo l'Introduzione  del Card. Carlo Cafarra.


INTRODUZIONE 

La proposta culturale fatta dal presente libro di Gabriele Kuby è un invito potente a uscire da quel sonno della ragione che ci sta conducendo alla perdita della libertà, cioè di noi stessi. E Gesù ci aveva già avvertiti che questa è la perdita più tragica, la perdita di noi stessi, anche se con essa avessimo guadagnato il mondo intero. 
Alla lettura di ogni pagina risuonavano dentro di me le parole di colui che seduce tutta la terra: « Diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male » (Gn 3,5). La persona umana ha elevato se stessa ad autorità morale sovrana: sono io che stabilisco ciò che è bene e ciò che è male. È una libertà impazzita. In senso letterale: una libertà senza logos
Ma se questo è lo sfondo, se così posso dire, teoretico di tutto il libro, esso di questa libertà prende in esame la distruzione dell’ultima realtà che la contesta; e mostra come una libertà impazzita generi gradualmente la più devastante delle tirannie. Mi spiego. 
David Hume scrisse che i fatti sono testardi: testardamente contestano ogni ideologia. L’autrice sostiene, penso a ragione, che l’ultima barriera che la libertà impazzita deve abbattere sia la natura sessuale della persona umana nella sua dualità di uomo-donna; nella sua ragionevole istituzione costituita dal matrimonio monogamico e dalla famiglia. Ebbene la libertà impazzita, oggi, sta distruggendo la naturale sessualità umana, e quindi il matrimonio e la famiglia. Le pagine dedicate a questa distruzione sono di rara profondità. 
Ma c’è un altro tema che percorre le pagine di questo libro: l’opera della libertà impazzita ha una precisa strategia, perché ha una regia mondiale che la guida e la governa. Quale strategia? Quella del grande Inquisitore di Dostoevskij. Egli dice a Cristo: « Tu prometti la libertà; io do loro il pane. Seguiranno me ». La strategia è chiara: dominare l’uomo facendosi alleato un suo istinto di base. Il nuovo Grande Inquisitore non ha cambiato strategia. Egli dice nei fatti a Cristo: « Tu prometti gioia nell’esercizio sapiente, giusto e casto della sessualità; io prometto piacere senza nessuna regolamentazione. Vedrai che seguiranno me ». Il nuovo Inquisitore rende schiavi mediante il miraggio di un piacere sessuale completamente privato di ogni regola. 
Se, come penso, l’analisi di Gabriele Kuby è condivisibile, la conclusione è una sola. Avviene ciò che Platone aveva già previsto: dall’estrema libertà nasce la tirannia più grave e più feroce. Non a caso, l’autrice, di questa riflessione platonica, ha fatto l’esergo del primo capitolo. una sorta di chiave di lettura di tutto il libro. 
E i chierici? Non raramente sembrano accontentarsi di essere gli assistenti di questa eutanasia della libertà. Eppure, come insegna Paolo, è per farci veramente liberi che Cristo è morto. 
Spero che questo grande libro sia letto soprattutto da chi ha responsabilità pubbliche; da chi ha responsabilità educative; dai giovani, le prime vittime del nuovo Grande Inquisitore. 
                    Carlo card. Caffarra (Arcivescovo Em. di Bologna)  

mercoledì 21 giugno 2017

L'atto e l'etica. Il caso Ricci

A partire dai messaggi di solidarietà è sorto il blog http://www.iostocongiancarloricci.it in cui è possibile trovare la cronistoria della vicenda, i documenti, i messaggi di solidarietà, le accuse da parte dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, l'interrogazione parlamentare, gli articoli usciti 
sulla stampa nazionale.
La piattaforma CitizenGo ha aperto una petizione rivolta al Min. Lorenzin a favore della libertà di parola per gli iscritti agli Ordini professionali e per contrastare le intimidazioni e il pensiero unico. 
Vai alla petizione: 




giovedì 9 febbraio 2017

Codice cavalleresco di R. Marchesini. Presentazione di Giorgia Brambilla

Pubblichiamo un passo della Prefazione di Giorgia Brambilla (Professoressa associata di Bioetica all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum) al libro di 
Roberto Marchesini "Codice Cavalleresco", (Sugarco 2017). 

Il Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio si presenta come una mappa per l’uomo contemporaneo per riscoprire se stesso e la grandezza del suo essere maschile attraverso l’arduo cammino delle virtù (da vir, uomo) che contraddistinguono il cavaliere, figura appropriatamente presa dall’autore a modello dell’uomo di ogni tempo.
Già, perché, checché ne dica il relativismo storicista, non tutto scorre (facile ricordare il famoso «panta rei» eraclitiano): la natura dell’essere umano resta immutata e immutabile attraverso i tempi. Dunque, non è anacronistico prendere una figura, in questo caso il cavaliere, come riferimento virtuoso per l’uomo di oggi che ha smarrito se stesso sballottato tra modelli effeminati o machisti, non certo virili, che però tende, come l’uomo di allora, alla realizzazione massima di sé come persona. E poi- ché nell’essere umano quel dato biologico della sessualità, al maschile in questo caso, ha un significato che diventa compito, la mascolinità diventa scoperta, conquista di quella perfezione d’essere di un essere, la persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. 
Del resto, la santità è sempre eccellenza e l’attuazione delle virtù non va ristretta alla lotta contro il peccato o al fare certe cose e a non farne altre, ma è espressione massima della chiamata che Dio rivolge a ciascuno, uomo o donna, laico o consacrato, e che consiste nell’imitare e seguire Cristo: « Perfectus Deus perfectus homo ». 
Voi uomini sapete e potete compiere straordinarie imprese, a cominciare da quelle della quotidianità, ovvero le più grandi; grandi come le mani ruvide di mio nonno che si chiamava Giuseppe e faceva il falegname, dopo essere sopravvissuto con onore alla guerra; grandi come la montagna dove il mio vicino, da quando si è ammalato, va a pregare tutti i giorni perché la morte lo colga senza paura, ma soprattutto senza macchia, quella del peccato mortale; grandi come le spalle di quel mio paziente che quando prendeva in braccio il figlio paraplegico lo guardava, sincero, come se fosse il più bello di tutti; grandi come gli occhi di quel ragazzo conosciuto in parrocchia che, impavido, si è caricato delle conseguenze delle sue azioni e ha dato forza alla sua fidanzata nella scelta di non abortire; grandi come i passi di quel sacerdote di periferia che a novant’anni passava con fortezza dieci ore al giorno nel confessionale; grandi come la felicità che provo insieme a mio marito, uomo leale e fedele, che, con spirito di sacrificio ma sempre col sorriso, antepone i bisogni della nostra famiglia ai suoi e dà riparo a me e ai nostri figli dalle inevitabili intemperie della vita. 
Cari uomini, siate virtuosi e noi donne saremo felici di « esservi di aiuto » e saremo spose docili e capaci di non intossicarvi con le nostre paranoie quando tornerete a casa, madri che vi lasceranno volare senza trasmettervi la paura che prendiate freddo, figlie spirituali liete di obbedirvi e di vedere in voi un « alter Christus ». Della vostra scarsa dote empatica ci faremo una ragione! Perché ciò che le donne vogliono non è l’«uomo-amico» che le segua nei loro labirinti emotivi. No, le donne aspettano di essere amate da un vero cavaliere – che non è il principe azzurro, modello rétro dell’istruttore di pilates della palestra sotto casa, col ciuffo ossigenato e i piedi abbronzati pure a dicembre. Un uomo che è bello perché virtuoso e per questo è un vero uomo. 
Un sentito grazie al dottor Roberto Marchesini e a tutti gli uomini che attraverso questo libro sceglieranno di compiere quell’arduo passaggio da homo a vir, conquistando e realizzando pienamente la loro mascolinità, sulla via santa della sequela Christi

venerdì 1 aprile 2016

DIBATTITO SU SESSO E GENDER

A Pisa, il 5 marzo, giornata su "Sesso e gender". 

Intervento di G. Ricci su 
"Sessuazione e formazione dell'identità di genere". 
Organizzato da Scienza & Vita Pisa e Livorno.




Quali implicazioni derivano dalla constatazione secondo cui la <<cosa pubblica>> interviene sempre più sulla <<cosa sessuale>> che accade tra due esseri umani? Il matrimonio gay ne è l’esempio più evidente. Le sue implicazioni più inquietanti sono quelle che coinvolgono soggetti terzi: la possibilità delle adozioni, l’uso dell’eterologa, gli uteri in affitto. Anche il <<bene comune>> va considerato un soggetto terzo. A risultare minacciati sono inoltre la parola padre e madre, sostituiti con genitore 1 e genitore 2, la struttura della famiglia, l’istanza del figlio, la filiazione, la trasmissione tra le generazioni. La negazione di queste istanze ha il sapore di un nuovo nichilismo. 
Abbagliata dalle promesse dello scientismo e in preda all’immaginario biotecnologico, l’attuale società sembra fare di tutto per silenziare le evidenze che alcuni saperi (per esempio la psicanalisi, la filosofia, il diritto, l’antropologia) mettono costantemente in risalto: la complessità dell’umano, la sua natura, i suoi enigmi che si trasmettono di generazione in generazione.

lunedì 11 gennaio 2016

L'OMOSESSUALISMO E IL GENDER: L'IMPATTO SOCIALE. Di Giancarlo Ricci

Pubblichiamo l'Introduzione di GIANCARLO RICCI al suo libro SESSUALITA' E POLITICA: VIAGGIO NELL'ARCIPELAGO GENDER (Sugarco, 2016) 


Potrebbe essere un libro-thriller, pensavo, prendendo sul serio quanti affermano che l’ideologia gender non esiste. Perché tanta fretta - mi chiedevo - nell’occultare il cadavere? Quando poi l’indignazione saliva incontenibile, era il piglio pamphlettistico a farsi strada anche con ironia e umorismo. Infine, dopo aver constatato la confusione che con spavalderia trionfa nei dibattiti mescolando temi e piani differenti, è prevalsa l’idea di progettare questo libro nei termini di una mappa che potesse agevolare un viaggio, quello nell’arcipelago gender. 
La mappa disegna alcuni termini essenziali - una sessantina - in grado di entrare in merito alla questione gender (e non solo) situandola nello scenario culturale e storico del nostro tempo. Occorre che una mappa sia <<giusta>>, che non porti fuori strada, che immetta in un orizzonte in cui le verità si profilano da sole, libere di procedere nella loro direzione. 
Temi che appartengono alla soggettività dell’individuo quali l’identità sessuale, il genere, l’orientamento sessuale, la sessuazione e molti altri, vengono articolati e collocati in una costellazione sociale: la relazione uomo-donna, la famiglia, la procreazione, la filiazione, lo statuto di figlio. L’ideologia gender manomette questi termini essenziali decostruendoli, rimontandoli e adattandoli a una prospettiva ideologica. Tutto ciò appare come un’imposizione: ci si appropria della <<cosa pubblica>> (res publica) per esercitarla sulla <<cosa sessuale>> dei singoli soggetti. Non si tratta forse del tentativo di uniformare e gestire socialmente le singolarità, con le loro identità e le loro differenze, per <<educarle>> a un pensiero unico? 
Di qui il titolo <<sessualità e politica>> che affianca due ambiti  decisivi: la <<cosa sessuale>> e la <<cosa pubblica>>, l’individuo e la società, la libertà del soggetto e il <<bene comune>>. Da quando esiste la civiltà, molte cose dipendono da queste due polarità e dalla loro dialettica. 
Oggi viviamo il tempo in cui sempre più la politica entra in merito al tema soggettivo e intimo della sessualità degli individui. Il <<pubblico>> pretende di esercitare un’egemonia sul <<privato>> per inglobarlo, gestirlo e istituire strategie per produrre profitto. Il gender, non dimentichiamolo, offre la migliore giustificazione per il business delle biotecnologie e per il mercato della biogenetica, promuovendo silenziosamente il progetto biopolitico dell’ipermodernità. Non solo. Asseconda il capitalismo globale favorendo l’ipertrofia dei diritti per espandere il mercato del consenso a nuovi soggetti <<politici>>. In questa prospettiva ecco pronto il dispositivo dell’assoggettamento e dell’instaurazione del debito.
Quali implicazioni derivano dalla constatazione secondo cui la <<cosa pubblica>> interviene sempre più sulla <<cosa sessuale>> che accade tra due esseri umani? Il matrimonio gay ne è l’esempio più evidente. Le sue implicazioni più inquietanti sono quelle che coinvolgono soggetti terzi: la possibilità delle adozioni, l’uso dell’eterologa, gli uteri in affitto. Anche il <<bene comune>> va considerato un soggetto terzo. A risultare minacciati sono inoltre la parola padre e madre, sostituiti con genitore 1 e genitore 2, la struttura della famiglia, l’istanza del figlio, la filiazione, la trasmissione tra le generazioni. La negazione di queste istanze ha il sapore di un nuovo nichilismo. 
Abbagliata dalle promesse dello scientismo e in preda all’immaginario biotecnologico, l’attuale società sembra fare di tutto per silenziare le evidenze che alcuni saperi (per esempio la psicanalisi, la filosofia, il diritto, l’antropologia) mettono costantemente in risalto: la complessità dell’umano, la sua natura, i suoi enigmi che si trasmettono di generazione in generazione.  

Con Il padre dov’era (2013) ho esplorato il tema teorico e clinico delle omosessualità maschili soffermandomi sulle loro differenti forme e strutture. In questo libro esploro le implicazioni sociali e comunitarie, dunque simboliche e antropologiche, dell’omosessualismo e della prospettiva gender. 
Ho individuato circa sessanta voci fondamentali con una serie di rinvii interni ad altre voci che delimitano, quasi come caposaldi, un terreno entro cui si gioca una scommessa di civiltà. Il contesto è quello dei nostri giorni e del nostro tempo in bilico su una soglia epocale. Si tratta di un viaggio <<politicamente scorretto>> che percorre alcune parole basilari al di fuori dell’omologazione somministrata dai soliti slogans. Il lettore troverà non un sapere all inclusive, esaustivo o preconfezionato ma spunti, sguardi, prospettive inedite che scandagliano <<dall’interno>> il pensiero gender, i suoi paradossi, le sue idee fisse, i suoi zoppicamenti. 

martedì 17 novembre 2015

Analisi del terrorismo. Un libro di Massimo Introvigne sul fondamentalismo dalle origini all'Isis


Del libro Il fondamentalismo dalle origini all'Isis
di Massimo Introvigne (Sugarco, Milano 2015), 
pubblichiamo alcuni passi dell'Introduzione dell'autore. 

Un fantasma si aggira per il mondo, e non si tratta più del comunismo. Parafrasando Karl marx (1818-1883), si può ben dire che il mondo sia oggi inquietato da un oscuro fantasma, e che lo chiami «fondamentalismo». Il «fondamentalismo» è emerso come uno dei principali temi nell’ambito sia della sociologia delle religioni, sia della geopolitica, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, e il riemergere di conflitti che la logica di un mondo diviso in due blocchi aveva, se non sopito, almeno messo tra parentesi.

Questo studio si divide in due parti. Nella prima, si chiede se sia possibile proporre una teoria del «fondamentalismo» dal punto di vista della sociologia delle religioni e nell’ambito della teoria sociologica detta dell’economia religiosa. nella seconda, propone un’applicazione della griglia teorica e metodologica proposta nella prima parte al «fondamentalismo» islamico. 
Questa ricerca si muove nell’ambiente metodologico della teoria dell’economia religiosa, illustrato tra l’altro nell’opera di Rodney Stark e mia apparsa in italia con il titolo Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente (2003). La teoria si articola in tre tesi principali. La prima è riassunta brevemente in questa introduzione. La seconda predispone un insieme di utensili metodologici adatti ad affrontare la questione del « fon- damentalismo » ed è illustrata nel primo capitolo di questo volume. La terza è l’argomento specifico della presente ricerca.

La prima delle tesi che, nel loro insieme, vanno a costituire la teoria dell’economia religiosa è che i movimenti religiosi hanno molto spesso cause e motivazioni religiose. Il marxismo, la psicoanalisi e la critica della cultura di massa da parte della scuola di Francoforte hanno convinto generazioni di studiosi che i fenomeni che si presentano come religiosi sono spesso solo la maschera di fattori materiali. Friedrich Engels (1820-1895), il più stretto collaboratore di Karl marx, spiegava nell’Antidühring (1878) che ogni reli- gione non è altro che il riflesso fantastico nella testa degli uomini di potenze esterne che dominano la loro esistenza quotidiana, come le condizioni economiche e i mezzi di produzione [...]. 
Questa prima tesi è diventata particolarmente pertinente dopo che è venuto meno il congelamento dei conflitti regionali durante la guerra fredda, in cui tutto era ridotto alla domanda: «Stai con i sovietici o con gli americani?». Sono così riemersi scontri locali che la guerra fredda aveva nascosto, ma non risolto. Questi conflitti hanno certamente componenti nazionali, etniche, politiche, economiche, ma molto spesso hanno anche un’importante componente religiosa. Secondo Juergensmeyer (1994; 2008) sono i « nazionalismi religiosi » i protagonisti di una «seconda guerra fredda» scoppiata dopo la fine della prima. Il testo di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (1996), è spesso più criticato che letto. Anche se un esame attento dell’aspetto religioso invita a integrare la griglia interpretativa dello scontro tra civiltà con ipotesi di scontri all’interno delle civiltà, l’insegnamento che si può trarre da Huntington – al di là delle mode culturali e delle controversie – è che gli elementi che fanno riferimento alle nozioni di civiltà e di cultura – quindi anche di religione – sono riemersi in tutta la loro ineludibile pregnanza dopo la fine della guerra fredda. 
La seconda tesi della teoria dell’economia religiosa è che i processi di modernizzazione non determinano necessariamente il venire meno della presenza della religione, ma sono compatibili, a determinate condizioni, con la tenuta e perfino con la crescita delle credenze e delle appartenenze religiose. È su questo punto che al «vecchio paradigma» della secolarizzazione si oppone un «nuovo paradigma»: un’espressione coniata da Warner (1993), ma che comprende peraltro anche teorie diverse dalla religious economy
La terza tesi della teoria della religious economy ha raccolto in Europa – e negli stessi Stati Uniti – minori consensi rispetto alla seconda, benché – come vedremo – sia supportata da solidi dati empirici. Si tratta della tesi, «scandalosa» e politicamente scorretta, secondo cui la religione – sempre se si verificano determinate condizioni – che «tiene» o cresce nelle società moderne e postmoderne non è, come si potrebbe a prima vista credere, la religione «progressista» che cerca di adattarsi alla modernità, ma è al contrario la religione «conservatrice», che con diversi elementi della modernità è in evidente contrasto [...].

lunedì 9 novembre 2015

San Tommaso e la psicologia clinica. Stefano Parenti su un libro di Roberto Marchesini.


Pubblichiamo alcuni brani dell’introduzione di Stefano Parenti al libro di ROBERTO MARCHESINI, 
Aristotele, san Tommaso d’Aquino e la psicologia clinica
D’Ettoris Edizione, Crotone, 2015. 

Vai all'articolo: 

Qualche anno fa ho avuto la fortuna (ma la fortuna non esiste!) di seguire un corso sull'educazione all'affettività assieme a Roberto Marchesini. Già lo conoscevo per il suo fondamentale contributo alla psicologia dell'omosessualità, ma ancora ignoravo che il suo interesse principale coincidesse con il mio: la psicologia cattolica. Da quel giorno nacque una profonda simpatia ed una proficua collaborazione che hanno portato all’apertura del sito internet “Psicologia e Cattolicesimo” ( http://psicologiacattolicesimo.blogspot.it ) sul quale pubblichiamo recensioni di testi, traduzioni ed articoli inediti. Significativamente, il nome riproduce il titolo del primo libro sull'argomento che Marchesini aveva curato, nel quale approfittava di una corposa introduzione per ripercorrere i rapporti tra Chiesa Cattolica e psicologia. Dalla disamina storica emergeva una realtà ben diversa da quella comunemente nota.  
    Laddove gli esponenti della psicologia identificano nella Chiesa la principale forza ostile allo sviluppo della disciplina, i documenti pontifici e le note pastorali - che Marchesini ripercorreva nel testo - testimoniano un interesse profondo da parte di quest’ultima per il sapere psicologico. Ma essi sono brani di difficile reperibilità, dimenticati nel corso degli anni, poco frequentati anche dai cattolici. I laici si sono disinteressati al lascito del Magistero; di conseguenza i contributi originali sono pochi e poco approfonditi. Così, la psicologia è diventata il terreno degli oppositori della Chiesa, in cui il cattolicesimo è comunemente inteso come un ostacolo alla laicità professionale. Più che riguardare i fedeli atei, il problema dovrebbe interrogare i fedeli cristiani. Eppure su tale argomento regna un silenzio pressoché assordante.

Si conoscono ormai bene i vasti effetti della secolarizzazione e scristianizzazione della società: la precarietà dei legami coniugali, l'assenza dei padri, la dittatura del relativismo, la riduzione del cristianesimo ad etica, la transvalutazione dei valori morali, ecc. I cattolici che denunciano i mali – quasi sempre con una testimonianza di vita, quasi mai con una diatriba culturale - sono osteggiati o, nel migliore dei casi, ridotti a connivenza con la società laicista. La vita di fede, ove è evidente, dà fastidio; dunque al cattolico viene chiesto di professarla rintanato nelle mura casalinghe, in modo che non disturbi con pericolosi “contagi”. Nell'ambito della professione clinica ciò che si osserva è una “scissione” dello psicologo cattolico: “Il rischio è quello di scindersi, ossia di essere cattolico nella preghiera quotidiana, nella frequenza ai sacramenti, nel tentativo di attuare la dottrina sociale della Chiesa dove ve ne sia la possibilità; ma di chiudere tutto questo fuori dalla stanza di terapia” (R. MARCHESINI, Rudolf Allers, psicologo cattolico, in RUDOLF ALLERS, Psicologia e Cattolicesimo, D’Ettoris, Crotone 2009, pag. 17). Un tale atteggiamento segnala una convinzione, spesso implicita: la fede, se c’è, non ha nulla a che fare con la psicologia. Le recenti parole di papa Francesco sembrano richiamare l'attenzione sul tema: “La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale” (FRANCESCO, op. cit., n. 102). 
Marchesini si oppone alla scissione. Riformulando un’espressione di don Giussani, si domanda: “Se Cristo è tutto, che cosa c'entra con la...psicologia?”. Nella letteratura, le (poche) proposte che tentano di rispondere al quesito paiono insoddisfacenti. C'è chi sostiene che lo psicologo cattolico si distingua per una strenua osservanza dell'etica professionale: pregare per i pazienti, adeguare le fatture, agire moralmente. Personalmente, ho incontrato il cristianesimo quando frequentavo l'università, affascinato da degli amici “strani” per i quali il rapporto con Cristo era il cuore della vita. Non un cappello, da potersi indossare o riporre a seconda delle circostanze, ma il centro dello studio, il perno dei rapporti, il fil-rouge della quotidianità. Una bella frase di Jacopone da Todi ne riassume sinteticamente lo spirito: “Cristo me trae tutto, tanto è bello”. In questa prospettiva di vita, la morale ricopre certamente un ruolo importante, ma non l'unico, e neppure il primo da un punto di vista cronologico. L'agire, infatti, è una conseguenza dell'essere (agere sequitur esse, stabilisce un principio primo aristotelico); se la sequenza si inverte l'esito è il moralismo, ossia una concezione secondo cui le regole di Gesù, e non la persona viva di Cristo, determinano l'esistenza. Nella sua enciclica più bella, papa Benedetto XVI ha voluto esplicitare l'erroneità di una posizione moralista: “All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (BENEDETTO XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, n. 1). Un cristianesimo ridotto ad etica è arduamente conciliabile con una vita in cui Cristo è “tutto”. Di conseguenza una psicoetica, cioè una modalità di intendere il mestiere psicologico a partire dalla morale cristiana ma senza un richiamo diretto a Cristo stesso, rischia di alimentare la scissione invece di ricomporla.

sabato 25 aprile 2015

IL PONTE E LE PIETRE. Di Giancarlo Ricci

L’Occidente pare proprio non abbia più storicamente la posizione di prima, non soltanto per una questione economica, per l’ampliarsi di nuovi e agguerriti mercati, bensì anche per lo sfaldamento di una cultura e di una civiltà che non riesce più a parlare la lingua del presente e pertanto nemmeno quella del futuro. Il nostro tempo stenta a disegnare un’illusione dell’avvenire, proprio per il fatto che un’avvenire dell’illusione appare opaco e difficilmente progettabile. Questa incapacità non giunge a caso. E’ l’effetto prevedibile di una prolungata e organizzata sconfessione. Quando un individuo o una civiltà non hanno più memoria di sé, non possono progettare alcun futuro. 
Magritte, il ponte di Eraclito
Quando Freud nel saggio l’Avvenire di un’illusione parla del destino della civiltà - siamo nel 1927 agli albori del nazismo - a un certo punto si inoltra in un’inquietante constatazione: “Giungiamo così alla strana conclusione che proprio le informazioni del nostro patrimonio culturale che potrebbero rivestire il massimo significato e alle quali è affidato il compito di chiarirci proprio queste informazioni e riconciliarci con i dolori dell’esistenza, hanno la più debole delle convalide”. Parole che alludono alle sottili incidenze della pulsione di morte. Storicamente conosciamo le multiformi manifestazioni, su scala geopolitica, delle sue devastanti distruzioni. Qui davvero l’eros della distruzione e il tema del male  andrebbero indagati nei loro elementi basilari tenendo conto del funzionamento dell’inconscio. “L’uomo - afferma Dostoevskij - ama creare e aprirsi delle strade, su questo non c’è dubbio. Ma allora perché ama così appassionatamente anche la distruzione e il caos?”  


Salvator Dalì, Il ponte dei sogni crollati
Noi, costruttori di ponti? Eppure il nostro ponte, la nostra civile quotidianità, sembrava reggere qualsiasi passaggio. Sembrava indistruttibile il nostro ponte costruito in pietre. Cosa sono queste pietre? Sono le pietre fatte della stessa stoffa di una parola che in qualche modo ha saputo tenere insieme l’uomo e il mondo, i legami e i pensieri, la tecnica e la civiltà, la legge e la giustizia. Queste pietre oggi sono ormai i residui usurati di un legame simbolico che non sa più stare insieme, che ha perso la sua capacità di reggere e di tenere, di progettare e di spingersi oltre. Basta una sola pietra sconnessa e l’intera arcata vacilla. Se l’arcata vacilla ce n’è per tutti. Per i laicisti e per i chierici. Parodiando l’Amleto di Shakespeare: chi sfuggirà alla frusta? Chi sfuggirà  alla frusta quando il reale della storia farà la sua apparizione?, si chiede Heinrich von Kleist, “l’arcata non sprofonda, dato che è senza appoggio? E risponde: “Regge perché tutte le pietre vogliono precipitare in una sola volta”. L’arcata è stata costruita accostando le varie pietre con un’inclinazione tale per cui una pietra si appoggia all’altra, la sostiene. E tanto più una pietra vuole precipitare tanto più sostiene le altre. Metafora sublime perché coniuga il precipitare con il tenere, lo sprofondamento con l’innalzamento, e si sofferma sulla linea dell’orizzonte quale linea che congiunge due abissi, il mare e il cielo. Il riferimento all’orizzonte è imprescindibile alla navigazione e consente, con l’uso della bussola, che la barca possa prendere il largo e correre il mare.
 

venerdì 6 febbraio 2015

NEEMIA E LE MURA DI GERUSALEMME. Di Daniele Malerba

La Bibbia ha una propria potenzialità "terapeutica". E’ un libro che parla continuamente all’uomo di se stesso, è uno specchio dell’immagine umana. E parla della presenza di Dio nella vita dell’uomo. Diventa dunque una metafora delle difficoltà dell’uomo nel vivere la propria vita. Potrebbe essere letto con la stessa ottica dei “Sermoni” di Sant’Antonio in cui ogni più piccolo elemento è presentato in modo metaforico.
Non sono un esegeta, non sono in grado di fare esegesi. Tuttavia quando leggo la Bibbia non posso fare a meno di confrontare ciò che leggo con ciò che faccio nella mia professione, alla ricerca del filo che lega le due cose: la crescita dell’uomo e la ricerca della sua sanità psichica. Vi sono nella Bibbia elementi che sembrano utili metafore del percorso di guarigione psichica. Molti di questi elementi li ho trovato nella storia di Neemia.
G.Dorè, Neemia ispeziona di notte le mura di Gerusalemme
La storia di Neemia.
  La storia di Neemia, come quella di un terapeuta, comincia con un atto di commozione: Neemia si commuove di fronte alla “grande miseria e umiliazione” in cui versano i superstiti di Israele (Ne 1, 5-4). Gli viene riferito che “le mura di Gerusalemme sono piene di breccie, le porte distrutte dal fuoco” e Neemia si commuove e prega per questo (Ne 1, 5-10), alla fine del capitolo aggiunge “Io ero allora coppiere del re”. Si trova qui, nel capitolo 1, fino a Ne 2,9, l’incipit della storia di Neemia. 
Il “paziente” Gerusalemme.
Inizia, in Ne 2, 10, l’incontro di Neemia con la città di Gerusalemme, che sembra essere il paziente di questo particolare terapeuta. Interessante che il versetto inizia con due elementi contrapposti: a) qualcuno si arrabbia e b) si sottolinea che Neemia avrebbe ricercato “il bene dei figli di Israele”, questi due elementi indicano già la lotta tra colui che vuole il bene del paziente (il terapeuta) e i nemici del paziente. Si vedrà che il paziente ha nemici esterni, che spesso sono rappresentati, in un “setting” terapeutico, dal sistema familiare – reale o interno al paziente -, talvolta sociale, che ha un suo proprio interesse a mantenere lo status quo della malattia, e da resistenze interne al paziente, a causa della paura del cambiamento e dei vantaggi secondari alla patologia.
Inizia ora il percorso terapeutico (Ne 2, 11): Neemia si alza “di notte” ed esplora le mura di Gerusalemme. Esplorare le mura significa capire cosa i pazienti vedono di se stessi, quali sono i varchi dai quali passano le identità che gli altri vogliono imporre al paziente, quali sono i rischi e i pericoli della terapia, quanto è grande il lavoro da fare. Sembra un primo iniziale percorso diagnostico.
L’alleanza con il paziente.
Dopo questa esplorazione Neemia fa qualcosa che sembra un contratto (Ne 2, 17-19) in cui descrive la situazione del paziente al paziente stesso; interessante come si identifica con questa condizione (“voi vedete la sciagura in cui ci troviamo …”), quasi che la terapia del paziente fosse anche una terapia di sé, propone l’inizio della terapia come inizio di ricostruzione dell’identità di se (“Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme…..”) e del rapporto con gli altri (“non saremo più oggetto di derisione”), ma anche che lui può farlo (“Raccontai loro come la mano benevola di Dio era stata sopra di me….”). Il popolo accettò la terapia e, nota la bibbia “presero coraggio nel dar mano a quest’opera egregia”, cioè loro decidono di costruire, non è il terapeuta a costruire ma lo stesso paziente, il terapeuta è un catalizzatore, non è lui che costruisce, fa da volano, e per costruire il paziente deve avere coraggio, l’unica vera qualità che si chiede al paziente per crescere è il coraggio, l’unico vero ostacolo sembra essere la paura.  



domenica 18 gennaio 2015

GUERRA DI RELIGIONE? Sui fatti di Charlie Hebdo. Intervista a GIORGIO AGAMBEN

Sulle stragi terroriste a Parigi,  pubblichiamo l'intervista a GIORGIO AGAMBEN uscita sul quotidiano Repubblica il 15.1.15

Cosa pensa dei fatti francesi che hanno colpito “Charlie Hebdo”? Siamo davvero in guerra come sostengono molti?
    Mantenere la lucidità davanti a un delitto così atroce è difficile, ma non per questo meno necessario. Dunque mi sembra irresponsabile che alcuni abbiano potuto parlare apertamente di guerra. “Guerra” significa un conflitto fra Stati o potenze che si possono identificare e chiamare per nome, il che in questo caso, come in ogni atto di terrorismo, è ovviamente impossibile.
Proprio noi in Italia – dove dopo decenni non conosciamo ancora chi siano i mandanti dell’attentato di piazza Fontana – dovremmo essere i primi a saperlo. Ed è proprio questo equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra contro l’Iraq che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo.
Eppure molti pensano che per l’Occidente il conflitto con l’Islam sia inevitabile.
    Invece io penso che sia non meno irresponsabile e odioso identificare genericamente nell’Islam il mandante e il nemico da combattere. Quelli che lo hanno fatto sono senza accorgersene solidali con coloro che vorrebbero condannare. Mi sembra che la manifestazione di domenica mostri che è possibile una reazione ferma e politicamente consapevole, ma che non cade in questi errori. Tanto più che occorre non dimenticare che in un atto di terrorismo, in cui a volte servizi segreti e fanatismo lavorano insieme, è sempre difficile accertare con chiarezza i responsabili ultimi.
Sta dicendo che c’è qualcosa che è stato tenuto nascosto?
    Non sono tra quelli che vedono ovunque possibili complotti, ma la versione dei fatti che è stata riferita presenta delle oscurità e delle incongruenze. E temo che ora diventi sempre più difficile accertare le responsabilità.
Ma ci sono le telefonate registrate dalla tv francese e i video di rivendicazione che sembrano spiegare tutto in maniera inequivocabile.
    Si parla molto di libertà di stampa ma dovremmo parlare anche delle conseguenze che questo crimine avrà sulla nostra vita quotidiana e sulle libertà politiche, su cui, col pretesto del tutto illusorio di difenderci dal terrorismo, pesa già una legislazione più restrittiva di quella che vigeva sotto il fascismo. Anche perché dopo l’11 settembre in molti paesi, fra cui la Francia, i delitti di terrorismo sono stati sottratti alla magistratura ordinaria. Inoltre come si è potuto vedere in Francia con l’affare Tarnac e in Italia col processo No-Tav, il rischio è che ogni dissenso politico radicale possa essere classificato come terrorismo. Non tutti sanno che il Tulps, il Testo unico sulla pubblica sicurezza emanato sotto il fascismo, è per l’essenziale ancora in vigore, ma che le leggi contro il terrorismo, dagli anni di piombo a oggi, hanno sensibilmente diminuito e diminuiranno sempre più le garanzie che ancora conteneva.
Ma se la società civile è così vulnerabile, a maggior ragione abbiamo bisogno di leggi che governino la nostra sicurezza.
   La sorveglianza quasi senza limiti che, grazie anche ai dispositivi digitali, vengono esercitate in nome della sicurezza sui cittadini sono incompatibili con una vera democrazia. Da questo punto di vista oggi senza accorgersene stiamo scivolando in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno Stato in cui una vera esistenza politica è semplicemente impossibile. Di qui il progressivo declino della partecipazione alla vita politica che caratterizza le società postindustriali. Temo che, dopo quello che è successo a Parigi, questa situazione peggiorerà ulteriormente.

mercoledì 31 dicembre 2014

THAMAR E GIUDA. Prove di matrimonio dopo il divorzio tra Adamo ed Eva. Di LUIGI CAMPAGNER

Pubblichiamo l'intervento di LUIGI CAMPAGNER 
(da Il Sussidiario, 3.12.14) 

“Una donna siede ai piedi di Giacobbe, l’uomo ricco di storia, nel bosco di Mamre, non lontano da Hebron, la capitale di Canaan. Donde vien questa donna giovane e seria? Chi è? Il suo nome è Thamar. Guardiamo intorno a noi le facce dei nostri uditori, e solo poche, solo qualcuna s’illumina. Voi dunque realmente non lo sapete più, non l’avete mai saputo chi era Thamar? Era una sua ammiratrice, una sua alunna nella scienza del mondo e di Dio, che pendeva dalle sue labbra con tanta devozione che l’orfano cuore del vecchio, di lei perfino un poco si innamorò”. Anche Thomas Mann, l’autore di questo brano, un poco s’innamorò di Thamar e non esita a elevarla al rango di Astarte, l’Afrodite ante litteram, adorata in tutta l’area semitica, la potente divinità seduttrice di Adone, nome dal quale viene Adonai, la parola antica che significa Signore. Anche lui, dicevo, ne è sedotto, come se i sipari dei secoli e di millenni che da lei lo separano non fossero che i veli con cui Thamar ebbe ragione di Giuda, scrivendo per sempre il suo nome di donna straniera nella Storia della Salvezza.
    Mann scrive di Thamar, al termine di una lunga meditazione su come inserire la sua storia nell’immenso racconto di "Giuseppe i suoi Fratelli". Lo scrittore di Lubecca, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1929, lo aveva mandato alle stampe in esilio, tra il 1933 e il 1943. Prima da Zurigo poi da oltre Oceano, non smetterà di punteggiare il tragico scorcio di storia tedesca con la pubblicazione dei volumi della scandalosa tetralogia, in cui esaltando l’epos ebraico conquista il lettore al fascino e all’ammirazione per i fondatori del Giudaismo. Quando Mann, nel 1943, decide di piegare l’economia del grandioso romanzo al fascino per Thamar, dedicandole il quinto capitolo di Giuseppe il nutritore, il presidente Americano Roosevelt, amico personale dello scrittore – gli studiosi dell’opera manniana sostengono che il suo Giuseppe gli rassomigli non poco - siede alla conferenza di Teheran dove si riorganizza l’Europa.
Allora chi è Thamar? L’onore tributatole da Thomas Mann non è valso alla sua notorietà. Su di lei la cronaca non solo è scarna, ma si è “espressa sempre con brusca concisione”, ragion per cui lo scrittore tedesco, amico e corrispondente dell’ebreo S. Freud, non si è lasciato sfuggire l’occasione di integrare il capitol(ett)o 38 del Libro della Genesi: la storia di Giuda e Thamar. Thamar è la “nuora nipote” di Giacobbe, per due volte sposa e per due volte vedova dei figli di Giuda, prima Er, poi Onan, il cognato, che in quella lingua si dice levir. Sela, il terzo figlio le fu rifiutato con disprezzo di lei e del levirato: l’antica legge che obbligava il cognato a prendersi cura “della vedova e degli orfani”. “Divoratrice di giovinetti”, questa l’ingiusta fama della donna, ormai ramo secco del grandioso albero della discendenza di Giacobbe. Questa la cattiva sorte dalla quale Thamar fu in grado di risollevarsi con “straordinaria risolutezza”. “Spiar nelle alcove è al di sotto della dignità di chi narra questa storia”: qui (e solo qui) Mann delude i suoi lettori, perché di alcove e non di altro si tratta. Thamar “la risoluta” smise il velo del lutto e indossò quello della seduttrice mercenaria. Giuda la volle per sé, la conobbe senza riconoscerla, ricalcando la “svista” di Giacobbe, che conobbe Lia, scambiandola (sic!) per l’amata sorella di lei, Rachele, e contraendo in tal modo l’obbligo di sposarla. Thamar, l’alunna prediletta di Giacobbe, la confidente delle sue storie lo sapeva, contrattò il meretrico è fissò un prezzo pari alla dignità di chi la chiedeva. In pegno trattene il bastone, l’anello e il cordone di Giuda, lo stesso che in veste di giudice e capo inquisì contro di lei: scopertala incinta l’accusò di meretricio, condannandola alla lapidazione e al rogo. Ancora a Giuda, venutala a prelevare per il luttuoso ufficio, la donna consegna i pegni dell’unione mercenaria, i simboli del suo rango, accompagnandoli con l’umile domanda: li riconosci? “Lei è più giusta di me”, fu la frase dell’uomo annotata nelle cronache. Esaminata, la donna è trovata innocente e il suo agire impeccabile. Il suo coraggio e la sua determinazione catturano l’ammirazione degli astanti, i lettori del libro degli inizi, fino a Thomas Mann ai suoi lettori e a noi. Anche la sentenza di Giuda cattura l’attenzione, così alternativa e ancestralmente rivoluzionaria rispetto all’altra, quella di Adamo che, incolpandola, ruppe il coniugio con la donna, dando luogo al primo caso di divorzio della storia. 
     Il libro degli inizi non dice se Giuda fu all’altezza del suo giudizio nel seguito della storia con Thamar. Non risulta. Ma saperlo ha un’importanza relativa: lo sarà forse per letterati, archeologi della cultura, “strizzacervelli” e simili, perché in questo genere di cose si riparte sempre da Adamo e Eva. O da Thamar e Giuda. A questo punto: fait votre jeux.